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	<title>Commenti a: Per un Made in Italy dell&#8217;istruzione</title>
	<link>http://www.garamond.it/blog/index.php/2012/01/02/per-un-made-in-italy-dellistruzione/</link>
	<description>Notizie dal Garamondo</description>
	<pubDate>Wed, 16 May 2012 21:30:26 +0000</pubDate>
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	<item>
		<title>di Aldo</title>
		<link>http://www.garamond.it/blog/index.php/2012/01/02/per-un-made-in-italy-dellistruzione/#comment-120051</link>
		<pubDate>Mon, 13 Feb 2012 23:57:16 +0000</pubDate>
		<guid>http://www.garamond.it/blog/index.php/2012/01/02/per-un-made-in-italy-dellistruzione/#comment-120051</guid>
					<description>D'accordo con Gianfranco Morelli. Invece mi permetto di dissentire da Luc. Ho un'esperienza del tutto differente dalla sua, tuttavia non sta qui il punto. La questione importante è che per cambiare in meglio non bisogna fare il solito sbaglio di guardare il proprio orto. Bisogna cominciare a chiedersi cosa servirebbe per modificare lo stato di cose e, diciamo così, apprendere l'arte di conoscersi e collaborare fra gradi diversi di scuola, mettere in discussione per prima cosa il proprio modo di insegnare con il trovare le giuste strategie di approccio alle difficoltà di apprendimento o alle lacune accumulate negli anni da qualche alunno (non sempre dovute a un cattivo insegnamento). La questione del rimpallo di responsabilità sui fallimenti scolastici lascia il tempo che trova. L'università, ad esempio, incolpa la scuola superiore e la scuola media, la scuola superiore la scuola media e così via a scendere...Certo nessuno vuole ignoranti in cattedra, ma anche sul concetto di ignoranza bisognerebbe intendersi. E'ignoranza anche quella di chi fa di tutta l'erba un fascio. L'articolo che ha stimolato questa discussione non mi pare che difenda posizioni, mi pare, al contrario, che proponga un modo alquanto dinamico e, se vogliamo, anche pragmatico di lavorare e di valutare non scordando neppure le discipline e un approccio serio di studio e ricerca docenti e studenti insieme. E poi, vorrei ricordare che la pedagogia (purtroppo non da tutti studiata prima di approdare all'insegnamento) fa parte dello scibile umano, non ritengo sia la vergogna delle scienze umane. L'ignoranza in materia credo non sia ammessa né per insegnare né per dirigere in qualsiasi ordine scolastico.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>D&#8217;accordo con Gianfranco Morelli. Invece mi permetto di dissentire da Luc. Ho un&#8217;esperienza del tutto differente dalla sua, tuttavia non sta qui il punto. La questione importante è che per cambiare in meglio non bisogna fare il solito sbaglio di guardare il proprio orto. Bisogna cominciare a chiedersi cosa servirebbe per modificare lo stato di cose e, diciamo così, apprendere l&#8217;arte di conoscersi e collaborare fra gradi diversi di scuola, mettere in discussione per prima cosa il proprio modo di insegnare con il trovare le giuste strategie di approccio alle difficoltà di apprendimento o alle lacune accumulate negli anni da qualche alunno (non sempre dovute a un cattivo insegnamento). La questione del rimpallo di responsabilità sui fallimenti scolastici lascia il tempo che trova. L&#8217;università, ad esempio, incolpa la scuola superiore e la scuola media, la scuola superiore la scuola media e così via a scendere&#8230;Certo nessuno vuole ignoranti in cattedra, ma anche sul concetto di ignoranza bisognerebbe intendersi. E&#8217;ignoranza anche quella di chi fa di tutta l&#8217;erba un fascio. L&#8217;articolo che ha stimolato questa discussione non mi pare che difenda posizioni, mi pare, al contrario, che proponga un modo alquanto dinamico e, se vogliamo, anche pragmatico di lavorare e di valutare non scordando neppure le discipline e un approccio serio di studio e ricerca docenti e studenti insieme. E poi, vorrei ricordare che la pedagogia (purtroppo non da tutti studiata prima di approdare all&#8217;insegnamento) fa parte dello scibile umano, non ritengo sia la vergogna delle scienze umane. L&#8217;ignoranza in materia credo non sia ammessa né per insegnare né per dirigere in qualsiasi ordine scolastico.
</p>
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	<item>
		<title>di luc</title>
		<link>http://www.garamond.it/blog/index.php/2012/01/02/per-un-made-in-italy-dellistruzione/#comment-120024</link>
		<pubDate>Fri, 10 Feb 2012 17:24:33 +0000</pubDate>
		<guid>http://www.garamond.it/blog/index.php/2012/01/02/per-un-made-in-italy-dellistruzione/#comment-120024</guid>
					<description>La povertà di mezzi mi è relativamente indifferente. Mi disturba molto di più la marmaglia acchiappa-stipendi che mi consegna alunni con una forbice di competenze ampliata da cinque anni di primaria penosa. Mi disturba una ministra incompetente ma ancor di più un dirigente che scrive in modo illeggibile e permette a colleghi di avere grafie geroglifiche sullo stesso registro dove io scrivo. E sto parlando della maggioranza di noi. Alle superiori &quot;da chimico un giorno avevo il potere&quot; di insegnare le proporzioni e le divisioni se volevo risultati , da matematico alle medie insegno le tabelline se voglio cittadini che sappiano controllare almeno una lista della spesa o magari il bilancio di un partito. Ma qualcuno fu pagato prima di me per questo. Mi accontento di riformare il reclutamento. Fuori gli ignoranti dalla scuola.
Ma se vi sembra troppa ambizione , almeno fuori i pregiudicati, che pure bivaccano sulle macerie della povera scuola italiana protetti da qualche pezzo da novanta. 
Comunque discutiamo pure di pedagogia che è bello, ma non mi illudo.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>La povertà di mezzi mi è relativamente indifferente. Mi disturba molto di più la marmaglia acchiappa-stipendi che mi consegna alunni con una forbice di competenze ampliata da cinque anni di primaria penosa. Mi disturba una ministra incompetente ma ancor di più un dirigente che scrive in modo illeggibile e permette a colleghi di avere grafie geroglifiche sullo stesso registro dove io scrivo. E sto parlando della maggioranza di noi. Alle superiori &#8220;da chimico un giorno avevo il potere&#8221; di insegnare le proporzioni e le divisioni se volevo risultati , da matematico alle medie insegno le tabelline se voglio cittadini che sappiano controllare almeno una lista della spesa o magari il bilancio di un partito. Ma qualcuno fu pagato prima di me per questo. Mi accontento di riformare il reclutamento. Fuori gli ignoranti dalla scuola.<br />
Ma se vi sembra troppa ambizione , almeno fuori i pregiudicati, che pure bivaccano sulle macerie della povera scuola italiana protetti da qualche pezzo da novanta.<br />
Comunque discutiamo pure di pedagogia che è bello, ma non mi illudo.
</p>
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				</item>
	<item>
		<title>di gianfranco morelli</title>
		<link>http://www.garamond.it/blog/index.php/2012/01/02/per-un-made-in-italy-dellistruzione/#comment-119714</link>
		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 19:12:07 +0000</pubDate>
		<guid>http://www.garamond.it/blog/index.php/2012/01/02/per-un-made-in-italy-dellistruzione/#comment-119714</guid>
					<description>In politica la necessità di scelte e programmi di lungo respiro è sitematicamente vanificata dal bisogno dei partiti di incassare consenso elettorale a breve termine. Da qui scelte populiste, lobbyste, opportuniste che hanno condotto il Paese alla condizione che tutti conosciamo. 
Allo stesso modo&quot;...la scuola ingessata in rigidi sistemi di valutazione, i quali per loro natura impongono giudizi e voti a breve termine..&quot; perde di vista il senso profondo della trasmissione del sapere.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>In politica la necessità di scelte e programmi di lungo respiro è sitematicamente vanificata dal bisogno dei partiti di incassare consenso elettorale a breve termine. Da qui scelte populiste, lobbyste, opportuniste che hanno condotto il Paese alla condizione che tutti conosciamo.<br />
Allo stesso modo&#8221;&#8230;la scuola ingessata in rigidi sistemi di valutazione, i quali per loro natura impongono giudizi e voti a breve termine..&#8221; perde di vista il senso profondo della trasmissione del sapere.
</p>
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				</item>
	<item>
		<title>di Nicola</title>
		<link>http://www.garamond.it/blog/index.php/2012/01/02/per-un-made-in-italy-dellistruzione/#comment-119686</link>
		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 16:12:47 +0000</pubDate>
		<guid>http://www.garamond.it/blog/index.php/2012/01/02/per-un-made-in-italy-dellistruzione/#comment-119686</guid>
					<description>Carissimi, la lettera di Claudia mi ha provocato vari sentimenti: l'ho apprezzata per la sincerità e l'entusiasmo ma un retrogusto amaro non mi ha voluto lasciare per tutto il giorno e alla fine mi sembra di aver capito perché. Sono tra quei pochi maschi che è rimasto a lavorare nella scuola primaria, pur disponendo di titoli per passare altrove, perché è una delle istituzioni dove si dà forma all'epistemologia dei saperi. E le sorgenti dei saperi hanno la loro origine nello stesso luogo dove si origina il desiderio dell'uomo di conoscere: la psicoanalisi lo definisce inconscio. Ora quel desiderio è un delicato meccanismo: lo si può osservare al lavoro e lo si può descrivere (vedi un piccolo testo su Leonardo che ho da poco pubblicato su www.nuovipercorsi.org) lo si può far lavorare al meglio ma con altrettanto poco lo si può rompere e vederlo sparire. In realtà quel motore, il desiderio, non sparisce ma lo si vede lavorare in quelle infinite forme dell'angoscia che nell'educazione si coniugano con abbandono scolastico, analfabetismo di ritorno, non utilizzazione delle cognizioni, adesione acritica a modelli sociali indotti dal consumismo. In questo quadro non sono in sintonia con Claudia quando afferma che bastino tante botteghe artigiane per creare una rete di confronto e discussione che permetta alla scuola di essere stella polare negli investimenti per il futuro prossimo del nostro paese. Per quel che ho vissuto, la dizione bottega artigiana apparteneva al Movimento di Cooperazione Educativa, in cui ho militato per venti anni e a cui devo gran parte della mia formazione di insegnante ormai anziano, ma quella dizione e metodologia di lavoro straordianaria non bastava allora, anni '90 e non può bastare oggi. Oggi abbiamo necessità di poter mettere a confronto la capacità della scuola di valorizzare le competenze e le abilità degli alunni, come il far emergere dove e perché essa non riesca. Se riteniamo di chiedere al paese e ai governi la valorizzazione del nostro patrimonio di conoscenza, come chiede Claudia, non possiamo sottrarci al chiedere a noi stessi di essere visibili, in ciò che riusciamo a risolvere e in ciò in cui abbiamo ancora necessità di lavorare perché non ci riesce. L'attuale normativa permette un margine di lavoro assai ampio, ancora, al collegio dei docenti e non può esservi dirigente che imponga un suo modello di valutazione. Così come è certo che sia il collegio dei docenti a scegliere criteri e obiettivi del suo lavoro educativo e didattico, a cui il singolo docente è tenuto, nel rispetto della libertà di insegnamento. E’ di grandissimo interesso la discussione sui Livelli essenziali delle Pretazioni che non fanno differenza tra ordini di scuola perché ogni fase della vita di un uomo e di una donna, dalla nascita ai 100 e oltre anni se la deve vedere con abilità e competenze da spendere per poter continuare a conoscere. Concludo questo troppo lungo pensiero dicendo grazie a Claudia per la sua scrittura ma la invito a pensare che per avere uomini e donne desiderosi di conoscere, abbiamo bisogno di poter dire loro come possono dare piedi e braccia ai loro desideri di sapere. Se non vi riescono, è necessario scoprire noi perché non siamo riusciti a offrirglieli e correggere rapidamente la nostra rotta di navigazione. Si chiama “valutazione formativa” e non è una parolaccia ma un terreno di confronto per ottenere la visibilità e la valorizzazione della scuola nella nostra società. 
Sul portale dello studio in cui lavoro come psicoterapeuta ho pubblicato questa lettera. La dedico a tutti i partecipanti a questa intrigante discussione.
 Buon anno vecchia cara scuola pubblica,
te lo auguro di tutto cuore perché sei come il cielo, sei di tutti, ma come il cielo hai tanto bisogno di essere presa in cura perché tutti ti possano apprezzare. Vorrei che tutti insieme potessimo cantare le parole di Gianni Rodari …

Qualcuno che la sa lunga
mi spieghi questo mistero:
il cielo è di tutti gli occhi
di ogni occhio è il cielo intero.

E' mio, quando lo guardo.
E' del vecchio, del bambino,
del re, dell'ortolano,
del poeta, dello spazzino.

Non c'è povero tanto povero
che non ne sia il padrone.
Il coniglio spaurito
ne ha quanto il leone.

Il cielo è di tutti gli occhi,
ed ogni occhio, se vuole,
si prende la luna intera,
le stelle comete, il sole.

Ogni occhio si prende ogni cosa
e non manca mai niente:
chi guarda il cielo per ultimo
non lo trova meno splendente.

Spiegatemi voi dunque,
in prosa od in versetti,
perché il cielo è uno solo
e la terra è tutta a pezzetti.

Sai cara scuola, se ti lasciamo nelle mani di coloro che non hanno mai voluto apprezzarti, diverresti rapidamente grigia, piena di smog, invivibile al tal punto che i tuoi abitanti dovrebbero scapparne via in cerca di altri spazi.

Ma dove trovare uno spazio come il tuo in cui imparare a vivere il gusto della scoperta dell’altro, del diverso, della bellezza del confronto tra chi ha valori, gusti e esperienze diverse, così come sguardi rivolti verso orizzonti diversi che sono tanto diversi quanto indispensabili per garantire la biodiversità dei saperi?
Qualcuno vorrebbe che tutti i saperi si assomigliassero fino a divenire un unico sapere che domina sugli altri ma so, cara vecchia scuola pubblica, che tu sei cresciuta dando proprio valore alla ricerca di un confronto tra idee e opinioni che si legittimano tra di loro perché non sono uguali.
Ti auguro cara vecchia scuola pubblica che coloro che passano 33 settimane tra le tue pareti l’anno possano finalmente trovare uno stato capace di cogliere il loro valore e al contempo ti auguro che quelle stesse persone sappiano trovare uno strumento per comunicare come e dove riescono e come e dove ancora non sono attrezzate per risolvere i problemi di tanti bambini e bambine, prepuberi e adolescenti che non si assomigliano mai tra di loro.
Ti auguro cara vecchia scuola pubblica di essere accudita e vezzeggiata da tutti coloro che con la loro quota di irpef e le loro dichiarazioni dei redditi vegliano sulla tua longevità, preferendo te a un Suv.

Infine cara vecchia ma non tanto scuola pubblica, ti auguro di trovarci ancora nel 2013 a raccontare come sei riuscita a rimanere quella splendida opportunità che l’Italia della Costituzione Repubblicana ha regalato a tutte le generazioni dal 1948 in poi.
Ho pensato a un piccolo regalo per te…ti regalo la canzone di Bobo Rondelli. Fammi sapere che cosa ne pensi. Tuo Nicola Basile

Il cielo è di tutti</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Carissimi, la lettera di Claudia mi ha provocato vari sentimenti: l&#8217;ho apprezzata per la sincerità e l&#8217;entusiasmo ma un retrogusto amaro non mi ha voluto lasciare per tutto il giorno e alla fine mi sembra di aver capito perché. Sono tra quei pochi maschi che è rimasto a lavorare nella scuola primaria, pur disponendo di titoli per passare altrove, perché è una delle istituzioni dove si dà forma all&#8217;epistemologia dei saperi. E le sorgenti dei saperi hanno la loro origine nello stesso luogo dove si origina il desiderio dell&#8217;uomo di conoscere: la psicoanalisi lo definisce inconscio. Ora quel desiderio è un delicato meccanismo: lo si può osservare al lavoro e lo si può descrivere (vedi un piccolo testo su Leonardo che ho da poco pubblicato su <a href='http://www.nuovipercorsi.org' rel='nofollow'>www.nuovipercorsi.org</a>) lo si può far lavorare al meglio ma con altrettanto poco lo si può rompere e vederlo sparire. In realtà quel motore, il desiderio, non sparisce ma lo si vede lavorare in quelle infinite forme dell&#8217;angoscia che nell&#8217;educazione si coniugano con abbandono scolastico, analfabetismo di ritorno, non utilizzazione delle cognizioni, adesione acritica a modelli sociali indotti dal consumismo. In questo quadro non sono in sintonia con Claudia quando afferma che bastino tante botteghe artigiane per creare una rete di confronto e discussione che permetta alla scuola di essere stella polare negli investimenti per il futuro prossimo del nostro paese. Per quel che ho vissuto, la dizione bottega artigiana apparteneva al Movimento di Cooperazione Educativa, in cui ho militato per venti anni e a cui devo gran parte della mia formazione di insegnante ormai anziano, ma quella dizione e metodologia di lavoro straordianaria non bastava allora, anni &#8216;90 e non può bastare oggi. Oggi abbiamo necessità di poter mettere a confronto la capacità della scuola di valorizzare le competenze e le abilità degli alunni, come il far emergere dove e perché essa non riesca. Se riteniamo di chiedere al paese e ai governi la valorizzazione del nostro patrimonio di conoscenza, come chiede Claudia, non possiamo sottrarci al chiedere a noi stessi di essere visibili, in ciò che riusciamo a risolvere e in ciò in cui abbiamo ancora necessità di lavorare perché non ci riesce. L&#8217;attuale normativa permette un margine di lavoro assai ampio, ancora, al collegio dei docenti e non può esservi dirigente che imponga un suo modello di valutazione. Così come è certo che sia il collegio dei docenti a scegliere criteri e obiettivi del suo lavoro educativo e didattico, a cui il singolo docente è tenuto, nel rispetto della libertà di insegnamento. E’ di grandissimo interesso la discussione sui Livelli essenziali delle Pretazioni che non fanno differenza tra ordini di scuola perché ogni fase della vita di un uomo e di una donna, dalla nascita ai 100 e oltre anni se la deve vedere con abilità e competenze da spendere per poter continuare a conoscere. Concludo questo troppo lungo pensiero dicendo grazie a Claudia per la sua scrittura ma la invito a pensare che per avere uomini e donne desiderosi di conoscere, abbiamo bisogno di poter dire loro come possono dare piedi e braccia ai loro desideri di sapere. Se non vi riescono, è necessario scoprire noi perché non siamo riusciti a offrirglieli e correggere rapidamente la nostra rotta di navigazione. Si chiama “valutazione formativa” e non è una parolaccia ma un terreno di confronto per ottenere la visibilità e la valorizzazione della scuola nella nostra società.<br />
Sul portale dello studio in cui lavoro come psicoterapeuta ho pubblicato questa lettera. La dedico a tutti i partecipanti a questa intrigante discussione.<br />
 Buon anno vecchia cara scuola pubblica,<br />
te lo auguro di tutto cuore perché sei come il cielo, sei di tutti, ma come il cielo hai tanto bisogno di essere presa in cura perché tutti ti possano apprezzare. Vorrei che tutti insieme potessimo cantare le parole di Gianni Rodari …</p>
<p>Qualcuno che la sa lunga<br />
mi spieghi questo mistero:<br />
il cielo è di tutti gli occhi<br />
di ogni occhio è il cielo intero.</p>
<p>E&#8217; mio, quando lo guardo.<br />
E&#8217; del vecchio, del bambino,<br />
del re, dell&#8217;ortolano,<br />
del poeta, dello spazzino.</p>
<p>Non c&#8217;è povero tanto povero<br />
che non ne sia il padrone.<br />
Il coniglio spaurito<br />
ne ha quanto il leone.</p>
<p>Il cielo è di tutti gli occhi,<br />
ed ogni occhio, se vuole,<br />
si prende la luna intera,<br />
le stelle comete, il sole.</p>
<p>Ogni occhio si prende ogni cosa<br />
e non manca mai niente:<br />
chi guarda il cielo per ultimo<br />
non lo trova meno splendente.</p>
<p>Spiegatemi voi dunque,<br />
in prosa od in versetti,<br />
perché il cielo è uno solo<br />
e la terra è tutta a pezzetti.</p>
<p>Sai cara scuola, se ti lasciamo nelle mani di coloro che non hanno mai voluto apprezzarti, diverresti rapidamente grigia, piena di smog, invivibile al tal punto che i tuoi abitanti dovrebbero scapparne via in cerca di altri spazi.</p>
<p>Ma dove trovare uno spazio come il tuo in cui imparare a vivere il gusto della scoperta dell’altro, del diverso, della bellezza del confronto tra chi ha valori, gusti e esperienze diverse, così come sguardi rivolti verso orizzonti diversi che sono tanto diversi quanto indispensabili per garantire la biodiversità dei saperi?<br />
Qualcuno vorrebbe che tutti i saperi si assomigliassero fino a divenire un unico sapere che domina sugli altri ma so, cara vecchia scuola pubblica, che tu sei cresciuta dando proprio valore alla ricerca di un confronto tra idee e opinioni che si legittimano tra di loro perché non sono uguali.<br />
Ti auguro cara vecchia scuola pubblica che coloro che passano 33 settimane tra le tue pareti l’anno possano finalmente trovare uno stato capace di cogliere il loro valore e al contempo ti auguro che quelle stesse persone sappiano trovare uno strumento per comunicare come e dove riescono e come e dove ancora non sono attrezzate per risolvere i problemi di tanti bambini e bambine, prepuberi e adolescenti che non si assomigliano mai tra di loro.<br />
Ti auguro cara vecchia scuola pubblica di essere accudita e vezzeggiata da tutti coloro che con la loro quota di irpef e le loro dichiarazioni dei redditi vegliano sulla tua longevità, preferendo te a un Suv.</p>
<p>Infine cara vecchia ma non tanto scuola pubblica, ti auguro di trovarci ancora nel 2013 a raccontare come sei riuscita a rimanere quella splendida opportunità che l’Italia della Costituzione Repubblicana ha regalato a tutte le generazioni dal 1948 in poi.<br />
Ho pensato a un piccolo regalo per te…ti regalo la canzone di Bobo Rondelli. Fammi sapere che cosa ne pensi. Tuo Nicola Basile</p>
<p>Il cielo è di tutti
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				</item>
	<item>
		<title>di Sofia Konsta</title>
		<link>http://www.garamond.it/blog/index.php/2012/01/02/per-un-made-in-italy-dellistruzione/#comment-119650</link>
		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 15:17:31 +0000</pubDate>
		<guid>http://www.garamond.it/blog/index.php/2012/01/02/per-un-made-in-italy-dellistruzione/#comment-119650</guid>
					<description>Cari lettori e utenti,
Sono una Greka insegnante in un Liceo in Salonica. Voglio dirvi tante cose, ma ho una difficulta all'esspressione, ciοe, al' parlare per me e difficile com'e per tutti i Greci...
Ho letto tutti i articoli, le opinioni di blog, e -super-jiu- ho capito il significato degli affermati. Con alcuni sono d'accordo, con altri non sono. Penso, che le intenzioni non bastano dalla parte dell'societa. Ci vuole volonta, decisione...e soldi per praticare tutto puello che dicono.
Quando parliamo di innovazione, prima di tutto dobbiamo accordarsi con l' insegnante e le sue necessita istruzionali. Devono occuparsi della sua cultura almeno alla sua specialita, dargli tutti i mezzi, sostenere il suo sforzo e lasciare libero il suo spirito nella classe...
l'insegnante dev'essere forte e capace, per poter nutrire le ali degli studenti, a finche loro volino verso il celo....
I migliori auguri dalla Grecia e da parte mia per un sistema educativo migliore in tutt' il mondo.
Scusi, ma dalla Grecia e difficile a scrivere la tanazione!!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Cari lettori e utenti,<br />
Sono una Greka insegnante in un Liceo in Salonica. Voglio dirvi tante cose, ma ho una difficulta all&#8217;esspressione, ciοe, al&#8217; parlare per me e difficile com&#8217;e per tutti i Greci&#8230;<br />
Ho letto tutti i articoli, le opinioni di blog, e -super-jiu- ho capito il significato degli affermati. Con alcuni sono d&#8217;accordo, con altri non sono. Penso, che le intenzioni non bastano dalla parte dell&#8217;societa. Ci vuole volonta, decisione&#8230;e soldi per praticare tutto puello che dicono.<br />
Quando parliamo di innovazione, prima di tutto dobbiamo accordarsi con l&#8217; insegnante e le sue necessita istruzionali. Devono occuparsi della sua cultura almeno alla sua specialita, dargli tutti i mezzi, sostenere il suo sforzo e lasciare libero il suo spirito nella classe&#8230;<br />
l&#8217;insegnante dev&#8217;essere forte e capace, per poter nutrire le ali degli studenti, a finche loro volino verso il celo&#8230;.<br />
I migliori auguri dalla Grecia e da parte mia per un sistema educativo migliore in tutt&#8217; il mondo.<br />
Scusi, ma dalla Grecia e difficile a scrivere la tanazione!!
</p>
]]></content:encoded>
				</item>
	<item>
		<title>di Alfredo Tifi</title>
		<link>http://www.garamond.it/blog/index.php/2012/01/02/per-un-made-in-italy-dellistruzione/#comment-119647</link>
		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 11:00:27 +0000</pubDate>
		<guid>http://www.garamond.it/blog/index.php/2012/01/02/per-un-made-in-italy-dellistruzione/#comment-119647</guid>
					<description>Potrebbe essere che Michele ravvisi nei tentativi di attuazione di pratiche del &quot;pedagogismo&quot; (termine che si connota negativamente in modo pregiudiziale, così come il termine &quot;esterofilo&quot; usato dalla stessa Fanti) una forte componente di illusorietà degli apprendimenti e delle competenze effettivamente accertate ed acquisite rispetto a quelle attese e a quelle effettivamente costruite con le metodologie tradizionali che sembrano fornire più garanzie. 

Sebbene di &quot;pedagogismo&quot; ce ne sia più di uno, complicando con ciò la disamina accurata e non pregiudiziale dell'efficacia reale di tutto ciò che si potrebbe configurare come &quot;tentativi di modificare gli schemi&quot;, rimane una valutazione generica secondo me condivisibile, che la didattica innovativa produce entusiasmo, ma che l'entusiasmo spesso non si traduce da sé in valore aggiunto di apprendimento e competenza reale sul lungo periodo, ma appunto, in illusioni e delusioni successive. Questo è reale e documentabile. 

E' evidente che non occorrono tanto buone intenzioni ed entusiasmo per attuare sperimentazioni su larga scala e di lungo periodo, al punto da diventare commensurabili con esperienze di altri paesi (cosa non negativa in sé), ma piuttosto teorie ben solide sull'apprendimento e tanta professionalità e disponibilità alla ricerca più che all'entusiasmo delle certezze facili.

Quando ho parlato di gestione dei fallimenti non mi riferivo solo a quelli dell'alunno. Ho parlato di corresponsabilità professionale. Dietro a questo termine c'è il concetto di ricerca (anche ricerca e azione), dato che nessuno ha le soluzioni definitive in mano (e forse queste non esistono in principio). 

Ma non possiamo dire neppure che ciò che c'era o ci sarebbe stato prima del pedagogismo o dei pedagogismi, qualunque cosa essi siano questi, era di ottima qualità e soprattutto potrebbe darci oggi la soluzione dei mali.

E' certo che dei cambiamenti sono necessari. Se ogni sforzo non dico di attuarli, ma solo di trovare una direzione per il cambio viene fatto rientrare automaticamente nei &quot;pedagogismi&quot; allora è inutile stare qui a perdere tempo. 

A costo di ripetermi, prima di attuare una qualunque innovazione dobbiamo conoscere bene e condividere una teoria dell'apprendimento per cui questa innovazione dovrebbe essere efficace. Oggi abbiamo delle ottime teorie dell'apprendimento, ma dobbiamo averci lavorato sopra e non assumerle per buone solo perché prodotte da cervelloni. 

Ciò si deve riconoscere dai nostri tentativi di attuazione delle pratiche, che devono sfociare in verifiche autentiche e rigorose che la padronanza dei concetti si sia effettivamente costruita o meno. C'è meno bisogno di questo nella primaria, per quanto ho già detto, quindi è sbagliato pensare alla didattica dialogica e adisciplinare come di un metodo unico che va bene per individui dai 3 ai 20 anni. Ma è importante che gli esiti negativi delle verifiche autentiche ci siano e siano i veri punti di forza, quindi costituiscano gli elementi positivi, cardine, della nostra ricerca-azione.

Mi viene in mente un esempio importante di &quot;pedagogismo&quot; rispettabile, certamente più del nulla di chi critica solamente e nella convinzione che la soluzione sia nella restaurazione di ciò che funzionava &quot;benissimo&quot;. 
Per oltre vent'anni Dorothy Gabel, insegnante e ricercatrice americana di didattica della chimica, ha propugnato un &quot;approccio particellare&quot; alla comprensione dei concetti chimici, del quale ero profondamente convinto attuatore e sostenitore. Ho diffuso usanze di simulare concretamente le combinazioni chimiche con mucchi di viti e dadi e altre cose analoghe. Ma col tempo mi sono anche convinto che tutto ciò non funzionava: la manipolazione produceva comprensione delle combinazioni concretamente manipolate, ma non di quelle che costituivano il vero obiettivo. I test di comprensione continuavano a fornire risultati negativi o anche peggiori di prima. All'inizio l'idea di dover abbandonare le mie certezze era quasi tremenda, e cercai altre soluzioni. Poi invece ho studiato qualche teoria psicologica per mio conto e contemporaneamente ho abbandonato l'idea, ancora prima di capire 'perché' non doveva funzionare. Oggi che, dopo altri dieci anni, vedo ancora nei laboratori dei bicchieri pieni di viti e dadi usati da miei colleghi caduti nella stessa trappola per pura imitazione, senza mai aver avuto uno scambio culturale, senza che io abbia mai fatto nulla per convincerli prima o per dissuaderli dopo, mi sono domandato che fine avesse fatto Dorothy Gabel. Un mio amico universitario che conosce bene e di persona i diversi interpreti della ricerca in didattica della chimica mi ha detto: &quot;ha chiuso tutto, ha capito che l'approccio non funzionava&quot;. Ah bene, ho risposto, rispetto il fatto che ci abbia impiegato 20 anni, ma non poteva fare allora un articolo a caratteri cubitali e farcelo sapere?

Esistono dunque i pedagogismi che non funzionano, ma esistono pure le spiegazioni e le capacità scientifiche di costruire delle pedagogie che funzionano.

Ecco cosa intendo con l'importanza di riconoscere subito i piccoli fallimenti, essere ricercatori seri, non campare sugli entusiasmi, l'importanza di lavorare in equipe con solide teorie di sfondo, se si vogliono evitare giustificate accuse di &quot;pedagogismo&quot;.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Potrebbe essere che Michele ravvisi nei tentativi di attuazione di pratiche del &#8220;pedagogismo&#8221; (termine che si connota negativamente in modo pregiudiziale, così come il termine &#8220;esterofilo&#8221; usato dalla stessa Fanti) una forte componente di illusorietà degli apprendimenti e delle competenze effettivamente accertate ed acquisite rispetto a quelle attese e a quelle effettivamente costruite con le metodologie tradizionali che sembrano fornire più garanzie. </p>
<p>Sebbene di &#8220;pedagogismo&#8221; ce ne sia più di uno, complicando con ciò la disamina accurata e non pregiudiziale dell&#8217;efficacia reale di tutto ciò che si potrebbe configurare come &#8220;tentativi di modificare gli schemi&#8221;, rimane una valutazione generica secondo me condivisibile, che la didattica innovativa produce entusiasmo, ma che l&#8217;entusiasmo spesso non si traduce da sé in valore aggiunto di apprendimento e competenza reale sul lungo periodo, ma appunto, in illusioni e delusioni successive. Questo è reale e documentabile. </p>
<p>E&#8217; evidente che non occorrono tanto buone intenzioni ed entusiasmo per attuare sperimentazioni su larga scala e di lungo periodo, al punto da diventare commensurabili con esperienze di altri paesi (cosa non negativa in sé), ma piuttosto teorie ben solide sull&#8217;apprendimento e tanta professionalità e disponibilità alla ricerca più che all&#8217;entusiasmo delle certezze facili.</p>
<p>Quando ho parlato di gestione dei fallimenti non mi riferivo solo a quelli dell&#8217;alunno. Ho parlato di corresponsabilità professionale. Dietro a questo termine c&#8217;è il concetto di ricerca (anche ricerca e azione), dato che nessuno ha le soluzioni definitive in mano (e forse queste non esistono in principio). </p>
<p>Ma non possiamo dire neppure che ciò che c&#8217;era o ci sarebbe stato prima del pedagogismo o dei pedagogismi, qualunque cosa essi siano questi, era di ottima qualità e soprattutto potrebbe darci oggi la soluzione dei mali.</p>
<p>E&#8217; certo che dei cambiamenti sono necessari. Se ogni sforzo non dico di attuarli, ma solo di trovare una direzione per il cambio viene fatto rientrare automaticamente nei &#8220;pedagogismi&#8221; allora è inutile stare qui a perdere tempo. </p>
<p>A costo di ripetermi, prima di attuare una qualunque innovazione dobbiamo conoscere bene e condividere una teoria dell&#8217;apprendimento per cui questa innovazione dovrebbe essere efficace. Oggi abbiamo delle ottime teorie dell&#8217;apprendimento, ma dobbiamo averci lavorato sopra e non assumerle per buone solo perché prodotte da cervelloni. </p>
<p>Ciò si deve riconoscere dai nostri tentativi di attuazione delle pratiche, che devono sfociare in verifiche autentiche e rigorose che la padronanza dei concetti si sia effettivamente costruita o meno. C&#8217;è meno bisogno di questo nella primaria, per quanto ho già detto, quindi è sbagliato pensare alla didattica dialogica e adisciplinare come di un metodo unico che va bene per individui dai 3 ai 20 anni. Ma è importante che gli esiti negativi delle verifiche autentiche ci siano e siano i veri punti di forza, quindi costituiscano gli elementi positivi, cardine, della nostra ricerca-azione.</p>
<p>Mi viene in mente un esempio importante di &#8220;pedagogismo&#8221; rispettabile, certamente più del nulla di chi critica solamente e nella convinzione che la soluzione sia nella restaurazione di ciò che funzionava &#8220;benissimo&#8221;.<br />
Per oltre vent&#8217;anni Dorothy Gabel, insegnante e ricercatrice americana di didattica della chimica, ha propugnato un &#8220;approccio particellare&#8221; alla comprensione dei concetti chimici, del quale ero profondamente convinto attuatore e sostenitore. Ho diffuso usanze di simulare concretamente le combinazioni chimiche con mucchi di viti e dadi e altre cose analoghe. Ma col tempo mi sono anche convinto che tutto ciò non funzionava: la manipolazione produceva comprensione delle combinazioni concretamente manipolate, ma non di quelle che costituivano il vero obiettivo. I test di comprensione continuavano a fornire risultati negativi o anche peggiori di prima. All&#8217;inizio l&#8217;idea di dover abbandonare le mie certezze era quasi tremenda, e cercai altre soluzioni. Poi invece ho studiato qualche teoria psicologica per mio conto e contemporaneamente ho abbandonato l&#8217;idea, ancora prima di capire &#8216;perché&#8217; non doveva funzionare. Oggi che, dopo altri dieci anni, vedo ancora nei laboratori dei bicchieri pieni di viti e dadi usati da miei colleghi caduti nella stessa trappola per pura imitazione, senza mai aver avuto uno scambio culturale, senza che io abbia mai fatto nulla per convincerli prima o per dissuaderli dopo, mi sono domandato che fine avesse fatto Dorothy Gabel. Un mio amico universitario che conosce bene e di persona i diversi interpreti della ricerca in didattica della chimica mi ha detto: &#8220;ha chiuso tutto, ha capito che l&#8217;approccio non funzionava&#8221;. Ah bene, ho risposto, rispetto il fatto che ci abbia impiegato 20 anni, ma non poteva fare allora un articolo a caratteri cubitali e farcelo sapere?</p>
<p>Esistono dunque i pedagogismi che non funzionano, ma esistono pure le spiegazioni e le capacità scientifiche di costruire delle pedagogie che funzionano.</p>
<p>Ecco cosa intendo con l&#8217;importanza di riconoscere subito i piccoli fallimenti, essere ricercatori seri, non campare sugli entusiasmi, l&#8217;importanza di lavorare in equipe con solide teorie di sfondo, se si vogliono evitare giustificate accuse di &#8220;pedagogismo&#8221;.
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				</item>
	<item>
		<title>di Cosimo De Nitto</title>
		<link>http://www.garamond.it/blog/index.php/2012/01/02/per-un-made-in-italy-dellistruzione/#comment-119646</link>
		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 10:28:57 +0000</pubDate>
		<guid>http://www.garamond.it/blog/index.php/2012/01/02/per-un-made-in-italy-dellistruzione/#comment-119646</guid>
					<description>Infatti, Giovanna, l'articolo della Fanti, secondo me, voleva essere anche provocatorio per chi ci governa. Infatti, da una parte ci vengono proposti modelli europei, dall'altra ci tagliano le gambe! Tu hai ragione a dire che &quot;già si potrebbe fare e si fa in parte&quot;, ma poi parli delle profonde carenze e affermi &quot;senza risorse non si può far nulla&quot;. Così però evidentemente non è del tutto vero! L'avevi appena rilevato! Tra l'esterofilismo sospetto di chi ci governa e il non possumus per carenze strutturali c'è di mezzo la realtà quotidiana, c'è di mezzo il fatto che quotidianamente dobbiamo andare in queste aule, in queste classi, in questa scuole, la nostra coscienza ci impone di non buttar via nemmeno un minuto di opportunità di apprendimento e di crescita, hinc et nunc. E come viviamo questo hinc et nunc, come lo riempiamo di idee, &quot;materiali&quot;, motivazioni, invenzioni che guardano la nostra storia, che la Fanti chiama made in Italy. Il titolo del suo articolo è chiaramente polemico verso coloro che di made in Italy parlano solo a proposito di produzione di abiti, moda, cucina, vivande, industria avanzata ecc. Il suo appello mi sembra rivolto a trovare il nostro made in Italy anche nel campo dell'educazione e dell'istruzione, come quello straordinario della storia del nostro pensiero artistico, letterario, scientifico, filosofico.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Infatti, Giovanna, l&#8217;articolo della Fanti, secondo me, voleva essere anche provocatorio per chi ci governa. Infatti, da una parte ci vengono proposti modelli europei, dall&#8217;altra ci tagliano le gambe! Tu hai ragione a dire che &#8220;già si potrebbe fare e si fa in parte&#8221;, ma poi parli delle profonde carenze e affermi &#8220;senza risorse non si può far nulla&#8221;. Così però evidentemente non è del tutto vero! L&#8217;avevi appena rilevato! Tra l&#8217;esterofilismo sospetto di chi ci governa e il non possumus per carenze strutturali c&#8217;è di mezzo la realtà quotidiana, c&#8217;è di mezzo il fatto che quotidianamente dobbiamo andare in queste aule, in queste classi, in questa scuole, la nostra coscienza ci impone di non buttar via nemmeno un minuto di opportunità di apprendimento e di crescita, hinc et nunc. E come viviamo questo hinc et nunc, come lo riempiamo di idee, &#8220;materiali&#8221;, motivazioni, invenzioni che guardano la nostra storia, che la Fanti chiama made in Italy. Il titolo del suo articolo è chiaramente polemico verso coloro che di made in Italy parlano solo a proposito di produzione di abiti, moda, cucina, vivande, industria avanzata ecc. Il suo appello mi sembra rivolto a trovare il nostro made in Italy anche nel campo dell&#8217;educazione e dell&#8217;istruzione, come quello straordinario della storia del nostro pensiero artistico, letterario, scientifico, filosofico.
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	<item>
		<title>di giovanna</title>
		<link>http://www.garamond.it/blog/index.php/2012/01/02/per-un-made-in-italy-dellistruzione/#comment-119644</link>
		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 09:57:30 +0000</pubDate>
		<guid>http://www.garamond.it/blog/index.php/2012/01/02/per-un-made-in-italy-dellistruzione/#comment-119644</guid>
					<description>Certo un intervento interessante e stimolante, anche se non così 'rivoluzionario' come da alcuni viene presentato: gli strumenti normativi già esistono per valorizzare una programmazione didattica che coniughi contemporaneamente un sapere reticolare e competenze trasversali ( e molti di noi già da tempo impostiamo così il nostro lavoro- i programmi sono una traccia, le programmazioni sono tutt'altra cosa-)...ma ahimè il punto dolente è un altro: come sviluppare una didattica laboratoriale con le strutture che noi abbiamo, soprattutto al sud. La maggior parte degli edifici scolastici sono strutturati in modo tale da non comprendere spazi per attuare la flessibilità oraria e organizzativa.  Provate a navigare un po' sui siti delle scuole europee: ci sono spazi in cui gli studenti 'vivono' non parcheggiano per poche ore: mense, piscine, palestre, spazi per lo svago, spazi all'aperto, auditorium, laboratori non solo scientifici e multimediali. E non mi riferisco alla Francia o alla Germania, anche in Turchia la scuola pubblica offre edifici funzionali. Se non potenziamo il livello di qualità di vita all'interno della scuola, difficilmente riusciremo ad innalzare anche la qualità degli apprendimenti. Il miglior docente senza mezzi non può far nulla. Per non parlare della necessaria rivalutazione professionale della categoria (vexata quaestio!!!!). Comunque buon anno a tutti e meno male che abbiamo ancora la voglia di dibattere.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Certo un intervento interessante e stimolante, anche se non così &#8216;rivoluzionario&#8217; come da alcuni viene presentato: gli strumenti normativi già esistono per valorizzare una programmazione didattica che coniughi contemporaneamente un sapere reticolare e competenze trasversali ( e molti di noi già da tempo impostiamo così il nostro lavoro- i programmi sono una traccia, le programmazioni sono tutt&#8217;altra cosa-)&#8230;ma ahimè il punto dolente è un altro: come sviluppare una didattica laboratoriale con le strutture che noi abbiamo, soprattutto al sud. La maggior parte degli edifici scolastici sono strutturati in modo tale da non comprendere spazi per attuare la flessibilità oraria e organizzativa.  Provate a navigare un po&#8217; sui siti delle scuole europee: ci sono spazi in cui gli studenti &#8216;vivono&#8217; non parcheggiano per poche ore: mense, piscine, palestre, spazi per lo svago, spazi all&#8217;aperto, auditorium, laboratori non solo scientifici e multimediali. E non mi riferisco alla Francia o alla Germania, anche in Turchia la scuola pubblica offre edifici funzionali. Se non potenziamo il livello di qualità di vita all&#8217;interno della scuola, difficilmente riusciremo ad innalzare anche la qualità degli apprendimenti. Il miglior docente senza mezzi non può far nulla. Per non parlare della necessaria rivalutazione professionale della categoria (vexata quaestio!!!!). Comunque buon anno a tutti e meno male che abbiamo ancora la voglia di dibattere.
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]]></content:encoded>
				</item>
	<item>
		<title>di M. Fioretti</title>
		<link>http://www.garamond.it/blog/index.php/2012/01/02/per-un-made-in-italy-dellistruzione/#comment-119643</link>
		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 09:29:59 +0000</pubDate>
		<guid>http://www.garamond.it/blog/index.php/2012/01/02/per-un-made-in-italy-dellistruzione/#comment-119643</guid>
					<description>Michele, cosa vuoi dire esattamente con &quot;E’ proprio questo il pedagogismo che ha distrutto la scuola italiana&quot;? Puoi spiegarlo meglio, per favore?

Grazie,
Marco</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Michele, cosa vuoi dire esattamente con &#8220;E’ proprio questo il pedagogismo che ha distrutto la scuola italiana&#8221;? Puoi spiegarlo meglio, per favore?</p>
<p>Grazie,<br />
Marco
</p>
]]></content:encoded>
				</item>
	<item>
		<title>di Cosimo De Nitto</title>
		<link>http://www.garamond.it/blog/index.php/2012/01/02/per-un-made-in-italy-dellistruzione/#comment-119642</link>
		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 09:28:38 +0000</pubDate>
		<guid>http://www.garamond.it/blog/index.php/2012/01/02/per-un-made-in-italy-dellistruzione/#comment-119642</guid>
					<description>Il colmo, in questi tempi di dispersione crescente, è notare come ci sia fumus ideologico in alcuni del blog, che non entrano nel merito di ciò che è scritto in un articolo, frase per frase (come fa egregiamente M.Grazia) e, invece, restano arroccati su posizioni pregiudiziali. Ma come si fa a dire che l'articolo pecca del pedagogismo che ha portato alla distruzione? Come si fa, quando proprio, nella maggior parte dei casi, le scuole sono rimaste a voti e interrogazioni e verifiche e lezione frontale? La distruzione di cui scrivono sbrigativamente Michele e Stefano non proviene certo da quelle&quot; alcune&quot; maestre come la Fanti  di cui scrive bene Carmela e da cui bisognerebbe imparare con un po' di umiltà! O da Antonio che cerca di usare in modo intelligente l'informatica? Ma vogliamo scherzare?! Cambiare è anche saper ascoltare gli altri, apprendere senza arroganza... e saper &quot;vedere&quot; le proposte che nascono dall'esperienza di chi la scuola la vive con passione e rigore al tempo stesso.
Comunque sarebbe bello e opportuno che non si discutesse e non si (s)ragionasse  con paraocchi e stereotipi, come la Gelmini con la sua campagna contro il “pedagogese anni ‘70”  e il “sessantottismo” e paccottiglia di questo tipo, che è un modo di sottrarsi (per manifesta incapacità indotta dai neutrini?) al merito delle questioni.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Il colmo, in questi tempi di dispersione crescente, è notare come ci sia fumus ideologico in alcuni del blog, che non entrano nel merito di ciò che è scritto in un articolo, frase per frase (come fa egregiamente M.Grazia) e, invece, restano arroccati su posizioni pregiudiziali. Ma come si fa a dire che l&#8217;articolo pecca del pedagogismo che ha portato alla distruzione? Come si fa, quando proprio, nella maggior parte dei casi, le scuole sono rimaste a voti e interrogazioni e verifiche e lezione frontale? La distruzione di cui scrivono sbrigativamente Michele e Stefano non proviene certo da quelle&#8221; alcune&#8221; maestre come la Fanti  di cui scrive bene Carmela e da cui bisognerebbe imparare con un po&#8217; di umiltà! O da Antonio che cerca di usare in modo intelligente l&#8217;informatica? Ma vogliamo scherzare?! Cambiare è anche saper ascoltare gli altri, apprendere senza arroganza&#8230; e saper &#8220;vedere&#8221; le proposte che nascono dall&#8217;esperienza di chi la scuola la vive con passione e rigore al tempo stesso.<br />
Comunque sarebbe bello e opportuno che non si discutesse e non si (s)ragionasse  con paraocchi e stereotipi, come la Gelmini con la sua campagna contro il “pedagogese anni ‘70”  e il “sessantottismo” e paccottiglia di questo tipo, che è un modo di sottrarsi (per manifesta incapacità indotta dai neutrini?) al merito delle questioni.
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