Per un Made in Italy dell’istruzione

Pubblicato il 2 Gennaio 2012 da Agostino Quadrino in Appunti |

Riportiamo qui un articolo di Claudia Fanti, pubblicato in Educazione&Scuola, che presenta un’idea originale e fortemente innovativa sul sistema dell’Istruzione in Italia, che noi di Garamond condividiamo in pieno. Invitiamo tutti i nostri lettori e utenti a partecipare alla discussione su questa idea, postando commenti su questo Blog.

Per un made in Italy dell’istruzione

Mentre il governo in carica si affanna per riportarci almeno a galla, noi della scuola non sappiamo quale sia il nostro destino e quello delle nostre fatiche per reggere l’impatto del tempo tiranno in cui viviamo.

Eppure a qualcuno di noi piace ancora pensare a un futuro auspicabile nel quale sarà possibile insegnare e apprendere nel rispetto di ogni singolarità, umanità. Un rispetto che tenga conto dei volti delle persone che ci guarderanno dai banchi, nei corridoi spogli, nelle aule, nei laboratori. Ecco, mi piacerebbe che quando si scrive o ragiona di scuola, lo si facesse senza definire per categorie la cosiddetta utenza: i giovani, le famiglie, i disabili, gli stranieri…mi piacerebbe che si decidesse di “vedere” le persone e le loro infinite modalità di approccio all’esistente, al sapere, al quotidiano vivere.

La scuola dovrebbe essere tenuta al riparo da ciò che si definisce con il termine “pubblico” e da ciò che le manovre finanziarie ritengono di dover fare per ridimensionare, tagliare, diminuire anziché aumentare. E non importa che altre nazioni sappiano risparmiare, perché è proprio questa l’ora in cui non si dovrebbe risparmiare sull’istruzione, ma pensare alla sua dimensione espansiva. Le persone sono chiamate a fare sacrifici. Eppure perfino per reggere i sacrifici ci vuole una solida base culturale costruita con sapienza ed equilibrio.

E questo saper reggere non si impara dall’oggi al domani. Si apprende strada facendo con l’attitudine al lavoro di squadra, alla riflessione, con l’amore per il bello che si oppone al bello imposto dai consumi.

Perfino per incassare senza reagire con violenza a una manovra finanziaria durissima ci vuole una scuola che alleni in modo colto e arguto all’argomentazione, all’ironia, alla critica, al pensiero divergente.

Questa scuola non c’è da nessuna parte, né in Germania, né in America, né In Francia… e…neppure in Italia.

Ma in Italia ci potrebbe essere eccome: si pensi ai secoli di cultura, arte, bellezze, creatività che abbiamo alle spalle. Abbiamo mai veramente tenuto in seria considerazione ciò che siamo stati, le nostre origini? Ogni governo che si è succeduto, ogni ministro della pubblica istruzione non ha incentrato il proprio lavoro sul patrimonio e sulla storia specificamente italiana. Nessuno. Ci si è limitati a costruire programmi, Indicazioni, a trovare obiettivi e finalità per formare un cittadino al passo coi tempi contestuali guardando sempre a modelli esterofili.

Eppure non è così che si crea qualcosa che vada a sostenere la peculiarità italiana e la sua esigenza di far emergere la propria diversità in Europa.

Dovremmo pensare a una scuola media e superiore che in continuità con gli ordini che le precedono puntino in particolare (in forma strutturale e non come un qualche progetto sperimentale avulso dal lavoro ordinario e quotidiano) a valorizzare il patrimonio e a usare le materie in modo assolutamente finalizzato a sviluppare reti di esse: fra matematica e arte, fra lingua e matematica, fra storia e arte, fra geografia (andrebbe potenziata) e turismo, fra turismo e arte, fra lingua straniera e letterature, fra educazione tecnica e arte, fra geometria e architetture, fra lingua italiana e latina, fra latino e filosofia, fra filosofia, arte, ambiente, scienze naturali e natura in senso lato.

Dovremmo pensare a qualcosa di spiazzante che includa il valore che diamo quasi soltanto noi in Europa alla persona, qualsiasi siano le sue potenzialità, per mostrare all’Europa che c’è un’Italia che collabora con i propri specifici apporti, ma non subisce le peculiarità altrui. Un’Italia competitiva sul piano della cultura è quello che un governo dovrebbe costruire utilizzando ogni precario, ogni educatore, ogni docente anziano disponibile, ogni professionalità a disposizione, ma anche liberando, in modo assolutamente gratuito, l’accesso per le scuole ai musei, ai monumenti, a qualsiasi opportunità offra l’ambiente intorno. Proprio nel momento in cui la crisi si fa più pesante, si dovrebbe spendere per mostrare ai propri cittadini che non si viene meno alla tutela della cultura dei figli di tutti. Proprio in questo momento, più grande dovrebbe essere lo sforzo affinché le scuole di ogni ordine e grado non venissero ridimensionate, bensì incentivate, anche economicamente, per inventare nuove strade, nuovi percorsi culturali e metodologici al fine di reagire al degrado e alla disperazione dei suicidi (mi riferisco agli ultimi tragici avvenimenti umani di cui siamo stati impotenti spettatori).

Insegnare a diventare maestri di se stessi ad ogni persona con la quale ogni insegnante viene a contatto dovrebbe essere lo scopo di qualunque ricerca pedagogica, ma anche di scelte ministeriali, affinché ciascuna persona possa trovare dentro di sé la forza e le energie per dare qualcosa di prezioso alla società tutta. Ecco, insegnare a diventare maestra/o di se sessi è la sfida più grande e utile per ognuno e per la collettività.

Per realizzare questo, è chiaro che ogni ordine di scuola deve fare la propria parte abbandonando proprio gli idoli contemporanei della meritocrazia, andando verso una dinamica di classe e di istituto che apra la propria visone e con ampio respiro dia l’accesso alle proposte culturali che emergono sia dagli stessi alunni, sia dal mondo esterno dei media, dei quotidiani, dei musei, di Internet, ecc… Occorre che compiti in classe, interrogazioni e voti siano la parte minore dell’insegnamento, che venga ridimensionato il loro ruolo a favore della pedagogia conversazionale, della pedagogia della ricerca sul campo, della ricerca-azione, della scoperta in luogo della trasmissione, dell’accesso ai libri e alle biblioteche, in luogo del libro di testo che pure può servire come base da cui partire. Occorre che alunni e alunne possano usufruire durante la giornata extrascolastica di laboratori di lingua straniera, teatrale, scientifica, artistica (nel senso più ampio: musica, danza, scultura, artigianato…)…come e quando lo desiderano. Occorre che la scuola venga data alle mani dei giovani nella gestione di laboratori e idee da sperimentare e da proporre. Occorre che si capovolga il sistema: che ogni alunno/a senta la responsabilità del proprio apprendimento, che si renda conto che le potenzialità, lo stile, le modalità dell’apprendere e della costruzione del proprio futuro sono nelle sue mani. Occorre che gli insegnanti prendano atto di essere sapienti mediatori, accompagnatori, esploratori della realtà mutevole insieme con gli alunni e le alunne. La lezione frontale, che pure è utilissima per coordinare e informare, va superata, così come la rigida scansione alle medie e alle superiori di orari, materie ognuna a se stante, ognuna con il suo rituale di spiegazioni e verifiche, di compiti a casa il più delle volte non eseguiti o mal eseguiti. Occorre risolvere la questione annosa del tempo tiranno in favore di una didattica che punti sull’approfondimento e non sulla fretta e sulla quantità. In particolare bisogna evitare la canalizzazione precoce verso un mercato che restringerebbe le possibilità del singolo di autoconoscere le proprie tendenze e potenzialità nei vari campi del sapere e del saper fare.

Le generazioni a confronto non si devono fronteggiare, bensì incontrare sul piano delle diverse competenze, anche se con responsabilità distinte.

Occorre oggi più di prima che il Ministro si accorga che il problema della dispersione non si affronta richiamando all’uso della tecnologia che pure è utilissima, bensì con l’incentivare le attività che vedono insegnanti e alunni lavorare senza i lacci e i laccioli delle continue verifiche e dei punteggi. Occorre che si renda conto che le personalità degli alunni all’uscita dalla scuola elementare entrano in conflitto con un modo di concepire la scuola da parte degli adulti che è in contrasto con il loro desiderio di autonomia, di espressione, di creatività, di porre domande e ottenere risposte alla cui formulazione essi possano partecipare. Lo studio oggi è dinamico, fluido, in movimento. Oggi, la scuola può introdurre a qualsiasi mondo del sapere, in maniera più immediata con l’utilizzo sapiente di Internet. Poi può chiamare al rigore nell’apprendimento accompagnando i ragazzi e le ragazze a un lavoro di studio sulle tematiche scaturite in molteplici modi che coinvolgano essi stessi alla cooperazione e alla solidarietà fra i diversi stili di apprendimento e le differenti aspirazioni sia nella produzione di riflessioni personali, sia nella produzione di materiali, sia nell’organizzare forum, conferenze, scambi di vedute, aperture verso il mondo esterno con esperti in ogni campo. Si pensi ad esempio a un interscambio tra gli studi dei ricercatori dei dipartimenti di facoltà con quelli di giovani studenti delle superiori motivati ad arricchire le proprie conoscenze in ogni ambito.

Ma non basterebbe fornire di un tablet ogni banco! Assolutamente non basterebbe, se l’operazione non fosse accompagnata da un incentivare l’allontanamento dalla concezione che vede la scuola ingessata in rigidi sistemi di valutazione, i quali per loro natura impongono giudizi e voti a breve termine. Volere una scuola italiana, in stile storicamente italiano invece vuol dire renderla simile alle botteghe artigiane nelle quali l’apprendista si misura con la materia e con l’esperienza dei vecchi maestri per poi rielaborare, ricreare, arricchire di valore aggiunto con il lavoro gomito a gomito con il maestro e con i maestri di altre botteghe in una catena di magisteri che costantemente si rinnovano.

Occorre non temere di spendere affinché le classi siano gruppi numericamente ridotti, non di livello, bensì classi comunità nelle quali gli inclusi possano essere di stimolo gli uni agli altri nel rispetto delle diverse abilità, capacità e ruoli che i gruppi stessi si danno.

01 gennaio 2012

Claudia Fanti

18 Responses to “Per un Made in Italy dell’istruzione”

  1. Carlo Betta Says:

    Sono interamente d’accordo con quanto scritto dalla collega, la quale mi pare insegni - come me - in ambito umanistico: lo desumo da quanto dice a proposito della valutazione tradizionalmente intesa, argomento sul quale sono completamente d’accordo. Dobbiamo smetterla di catalogare le persone per numeri sulla base di giudizi che - a dispetto di tutte le griglie possibili, immaginate ed immaginabili - dell’oggettività hanno solo l’auspicio. Dobbiamo tornare a sentirci esseri umani e a far sentire i nostri ragazzi “persone”, non carne da macello pseudo culturale o intellettuale. Se ripenso a Socrate, Platone, Aristotele o allo stesso Gesù, non ce li vedo mentre dicono ai propri discepoli “prendete carta e penna e scrivete”; oppure - ancor peggio - “zitti tutti che adesso interrogo”. Eppure sono proprio questi i maestri che hanno fatto di noi ciò che siamo; sono queste le radici dell’Europa, altro che la BCE!
    Però, quando questo discorso arriverà ai miei colleghi di economia, di diritto, di finanze, di scienze, di informatica ecc., già m’immagino la levata di scudi! E non credo che l’impatto sarà molto minore sulle famiglie, abituate anch’esse ad un’idea di scuola come valutazione (salvo poi discuterla pesantemente qualora questa sia negativa ai danni dei propri figli). Non solo. Penso al “caso disperato” del ragazzo che non vuole saperne della scuola e che “rompe le scatole”: come fare con lui, dato l’assurdo dell’obbligo d’istruzione fino a 16 anni, provvedimento preso per impedire che i ragazzi - esclusi de facto dal mondo del lavoro - abbiano almeno dei baby-sitter qualificati intanto che i genitori sono a lavorare per produrre e consumare?
    Io però sono dell’idea di partire! Basta registri e valutazioni che finiscono quasi sempre per premiare Madre Natura e per classificare i ragazzi non dico sulla base delle simpatie e antipatie, ma certo su quanto si riesce a vedere di loro, ammesso che essi siano in grado di mostrarci davvero se stessi, cioè una persona che ancora non conoscono…

    Come si può fare per dar seguito a queste idee?

  2. Alfredo Tifi Says:

    Approvo e apprezzo questo documento che più che una proposta potrebbe diventare un manifesto fondativo su cui lavorare.

    In particolare sono felice di leggere finalmente una condanna dell’applicazione acritica della meritocrazia anche alla relazione educativa. Tra l’altro esistono esperienze solide di altri sistemi educativi che dimostrano quanto la “ovvietà” della meritocrazia, applicata non solo alla relazione educativa, ma anche al rapporto del docente con l’istituzione, dia risultati mediocri (per es. vedere http://www.theatlantic.com/national/archive/2011/12/what-americans-keep-ignoring-about-finlands-school-success/250564/

    E la maestra Fanti rende in modo molto chiaro e convincente ciò che potrebbe esserci di meglio e alternativo sia al buonismo sia al suo opposto simmetrico: la meritocrazia.

    Un altro aspetto importante in cui mi riconosco pienamente è la relativizzazione dell’altro idolo, la tecnologia.

    Ma è la parte dialogica, collaborativa, della scoperta, dei tempi lunghi per la costruzione di conoscenze autonome, che mi sento di difendere con maggior forza. Occorre difenderla dall’unica obiezione giusta che si potrebbe fare a questa proposta, cioè che la sottrazione dei voti dal sistema non debba coincidere con un vuoto valutativo e che i voti non siano sostituiti da illusioni sull’efficacia dell’applicazione del nuovo modello di relazione educativa ai singoli casi e alle singole azioni didattiche.
    Il sistema-minaccia dei voti è ovviamente un’illusione ancora peggiore, che offre il salvacondotto di aver fatto il proprio dovere verificando oggi ciò che si è trasmesso ieri e che gli studenti hanno (si auspica) studiato ieri pomeriggio e dimenticheranno domani. È un autoinganno in cui si vuol credere perché dà sicurezza e perché si constata, sui lunghi tempi, che molti bravi studenti compiono comunque progressi. A questo punto non è difficile illudersi ulteriormente inventando una correlazione tra studio finalizzato anche al voto e successo scolastico. O forse esisterà pure: non sarà il successo cognitivo e scolastico, forse, solo il frutto dello sviluppo generale dell’individuo e delle premesse e delle condizioni ambientali, familiari, e sociali favorevoli. Comunque tale correlazione, tale valore aggiunto fornito dall’attuale scuola riguarda una frazione di studenti troppo esigua, e non ci autorizza a disconoscere la stratosferica percentuale dei fallimenti.

    Ma non è fossilizzandoci su cosa è illusorio e va tolto che riusciamo a far sì che tante certezze che bloccano la scuola siano rimesse in discussione.

    Un aspetto rilevante credo sia capire che mentre alla scuola dell’infanzia e primaria la valutazione sia un tutt’uno con l’attività e il buon funzionamento dell’azione educativa sia facilmente visibile, monitorabile, sotto tutti gli aspetti, quindi alla bisogna immediatamente correggibile, alla secondaria abbiamo a che fare con la costruzione di competenze in sistemi concettuali astratti, simbolici, un processo che non è direttamente monitorabile, valutabile e autovalutabile. Dobbiamo introdurre delle strategie, come il problem solving autentico in cui oltre alla consapevolezza dell’aver passato del tempo a studiare ci si scopre di essere in grado di pensare, creare, di possedere conoscenze astratte “proprie” perché le si utilizzano in modo contestualizzato e non “pre-addestrato”. In questo senso il problem solving può costituire un sistema analogo a quello della primaria, dove insegnamento, apprendimento e valutazione formano un tutt’uno, con l’aggiunta della maggior consapevolezza dell’autovalutazione.
    Ma la difficoltà è che, come ogni attività di problem solving autentico comporta, ci sono successi e ci sono fallimenti.

    Allora la nuova scuola si deve distinguere dalla vecchia per come risponde al piccolo fallimento (per evitare quello grande a cui assistiamo oggi continuamente) e per la sua capacità di riconoscerlo, che comporta anche delle verifiche autentiche di medio e lungo periodo.
    Infatti quando si hanno degli obiettivi formativi su sistemi concettuali astratti e simbolici (e non credo si abbia intenzione di rinunciarvi) l’acquisizione di padronanza e la presa di coscienza diventano molto più difficili da riconoscere e valutare, e il rischio della pura illusione della modificazione cognitiva è maggiore sia nell’alunno sia nel docente.

    Il clima sociale e collaborativo contribuisce a creare l’illusione che “tra un mese sarò/à in grado di avvalermi/si di questa competenza di nuovo e da solo, perché ho/ha colto ciò che era essenziale”.

    Oltre ad essere riferibili a sistemi di concettualizzazione scientifica e astratta, queste competenze non sempre accompagnano lo studente per tutta la vita cognitiva in modo olistico, come avviene maggiormente nell’educazione primaria.

    Non credo si possa fare a meno, sopra a un certo livello scolare, delle competenze disciplinari; per cui un certo grado di “settorializzazione cognitiva” credo sia inevitabile, ma anche tollerabile.

    Con ciò non intendo dimostrare l’inevitabilità dei voti indipendenti per materia, ma l’importanza delle verifiche autentiche delle competenze sul medio e lungo termine (quelle che oggi si tende a evitare perché mettono a nudo la vanità del nostro operato). Se il nuovo sistema funzionerà lo si vedrà dal fatto che gli esiti delle verifiche sul medio termine saranno positivi almeno al 75% e quelle a lungo termine nella quasi totalità. Mantenere le verifiche non significa mantenere il voto (termine che uso per conglobare la serie di misconcetti e percezioni errate che conosciamo bene).

    Ciò che deve cambiare è l’uso che facciamo dell’informazione valutativa.

    A posto del voto sulla pagella abbiamo bisogno di un sistema di feedback rapido ed efficace per ricuperare quel 25% di esiti negativi con idonee prese di coscienza reciproche e interventi modificanti efficaci ed effettivi.

    Significa restituire alla valutazione, al “grado”, il senso originario di “corresponsabilità” dal punto di vista professionale e di stimolo positivo per lo studente.

    Gli errori sono la fonte principale di apprendimento, se accompagnati da opportuna metacognizione, e tutti nella scuola, docenti e studenti, devono ben sapere che la meta della padronanza richiede a) errori e b) un diverso tipo e numero di errori e riflessioni da parte di individui diversi.

  3. michele Says:

    E’ proprio questo il pedagogismo che ha distrutto la scuola italiana.

  4. stefano Says:

    Sono d’accordo con te Michele.

  5. Rita Says:

    “Insegnare a diventare maestri di se stessi ad ogni persona con la quale ogni insegnante viene a contatto dovrebbe essere lo scopo di qualunque ricerca pedagogica, ma anche di scelte ministeriali, affinché ciascuna persona possa trovare dentro di sé la forza e le energie per dare qualcosa di prezioso alla società tutta. Ecco, insegnare a diventare maestra/o di se sessi è la sfida più grande e utile per ognuno e per la collettività.”…Come si fa a non essere d’accordo? Sono con te.

  6. m.grazia Says:

    Sono d’accordo con quanto viene detto nell’articolo e in particolare con le seguenti osservazioni:

    “……..ci vuole una scuola che alleni in modo colto e arguto all’argomentazione, all’ironia, alla critica, al pensiero divergente”.

    “…..rendere la scuola simile alle botteghe artigiane nelle quali l’apprendista si misura con la materia e con l’esperienza dei vecchi maestri per poi rielaborare, ricreare, arricchire…….”.

    Cerchiamo di iniziare a pensare in positivo ( noi docenti ) e incoraggiamo i nostri studenti a scoprire le loro capacità, a mettere in atto le loro competenze, ad essere curiosi, ad entusiasmarsi, ad avere fiducia. So che è molto difficile!!!! Ma lo dobbiamo fare.

  7. Carmela Crescenti Says:

    Sono d’accordo con Claudia Fanti, ma vorrei aggiungere che da anni alcune insegnanti della scuola primaria stanno attuando questo tipo di didattica, tramite i cosiddetti “progetti trasversali”. Parlo di alcune perché non sono la maggioranza e sono quasi tutte al femminile, infatti per quel che riguarda la mia esperienza di 27 anni di insegnamento ho conosciuto solo tre uomini con un pizzico di entusiasmo, gli altri cedevano alla pigrizia. Nonostante le riforme e le controriforme, i tagli e le razionalizzazioni, le scadenze, verifiche e valutazioni, c’è una componente di insegnanti in Italia che attua l’insegnamento ad personam, in ottica di multicultura, pluridisciplinarietà e apertura all’innovazione e che è soddisfatto del proprio lavoro solo quando i bambini e i ragazzi dicono la mattina: “Presto, mamma, è ora di andare a scuola! oppure “Dai papà. Non voglio fare tardi a scuola.”

  8. Antonio Nini Says:

    Sono d’accordo con quanto affermato nell’articolo, sono diversi anni che cerco di attuare in una piattaforma di elearning questa metodologia tentando di allenare “in modo colto e arguto all’argomentazione, all’ironia, alla critica, al pensiero divergente” E’ un lavoro immane perchè da un lato gli alunni spesse volte lo vedono come un impegno aggiuntivo rispetto allostudio del testo. Ma cosa assurda è la DS che mi afferma che posso valutare gli alunni solo su compiti in classe e interrogazioni svolte in orario scolastico, di non poter prendere assolutamente in considerazione, l’intervento ai forum, esercitazioni, wiki, information literacy.

  9. tiziano Says:

    In un primo momento ho ritenuto d’essere d’accordo con Michele: è così che s’è distrutta la scuola italiana.
    Ma non è vero, è inutile cercare colpe, che pure ci sono, in qua e in là; il problema di fondo è che c’è una totale mancanza di sintonia tra società (diseducante) e scuola, da cui consegue la mancanza di progettualitò e l’impotenza didattica (che poi il modulo nella scuola elementare sia stato un modo per risolovere problemi occupazionali o che la didattica per competenze sia una bufala o che Bloom abbia popolato di incubi i nostri sogni, ecc. ecc.poco importa).
    Invece la didattica conviviale è una bella idea e anche la proposta di una scuola-apprendistato come la bottega medievale. Sono certamente poco più che provocazioni pedagogiche ma è interessante discuterne, molto più che di docimologia e griglie di valutazione. E’ evidente però che sono proposte anacronistiche. Intendiamoci: l’anacronismo può essere un valore e perfino una soluzione, però implica una rivoluzione culturale. Tanto per fare qualche esempio: è ovvio che una didattica come questa implica il rifiuto del docente disciplinare, andate a dirlo ai docenti attuali e ai loro sindacati; sarebbe inoltre opportuno che si abolisse il valore legale del titolo di studio (che per me è comunque la questione più urgente), buon divertimento, ci sarebbe una sommossa popolare con mamme simili a menadi; oppure: una scuola superiore così dovrebbe essere unica, non suddivisa in tecnici e licei, con materie di base e opzionali. Insomma: tutta un’altra scuola per un’altra società.

  10. Laura Mazzone Says:

    Carissimi,
    ho letto con coinvolvimento l’articolo di Claudia e le riflessioni successive.
    Sono contenta di assaporare che, insieme a un’infinita quantità di persone assopite al malcostume, alla maleducazione, al grigiore della televisione e del consumo, ci sia qualcuno che pensa all’ARTE e ai vari modi di farla vivere. Insegno nella Primaria e sono convinta che il gusto per il bello si acquisisca proprio sui primi banchi di scuola. Purtroppo la scuola è impostata per “uccidere” tutto ciò che è libertà di pensiero, creatività, corporeitò, gioco, leggerezza, collaborazione leale. Il bambino di prima viene costretto seduto dietro al banco per otto ore e impara ad essere assertivo, a fingere di essere amico di tutti, a compiacere la maestra pena la nota e il rimprovero pubblico, a giocare calmo e a giochi da fermi, a ripetere ciò che dice il libro e la maestra… del resto non c’è tempo per far funzionare in modo creativo il cervello. Altro che pensiero divergente!!! Più si è omologati, più la vita all’interno del loculo classe è facilitata. Ho scritto una tesi di laurea proprio sull’architettura delle scuole europee e italiane. Tranne qualche brillante esperienza che si trova per lo più in Emilia Romagna piuttosto che nella Casa Circondariale di Boillate MI… le migliori prassi educative adottabili attraverso spazi e arredi più rispetttosi della dignità umana si trovano nel Nord Europa. Si sono realizzati edifici che prevedono l’Agorà per l’incontro tra studenti, delle comode sale di lettursa con divani soffici e luci idonee alla lettura, delle sale computer ben organizzate, vetrate artistiche quasi come nelle chiese, giardini e campi da calcetto, tennis, luoghi e spazi per l’apprendimento. L’apprendimento dovrebbe uscire dal rapporto frontale DOCENTE/ alunno che vede il docente in cattedra che parla da solo e l’alunno che silenzioso beve tutto quanto gli viene versato.
    Ora, per riprendere il tema del discorso, è vero che la Pedagogia italiana costituisce a livello mondiale un esempio da seguiire, è vero che siamo innovatori in campo educativo, come in campo artistico e letterario. E’ vero anche che, purtroppo per noi, dobbiamo fare sempre i conti con realtà povere soprattutto dal centro in giù. La scuola è ridotta ad un parcheggio di bambini dove i genoitori possono lasciare i figli nel loro tempo di lavoro. La scuola è aule scrostate, banchi rotti, spigoli di finestre taglienti, bagni sporchi e mal ridotti, mense affollate e poco desiderabili, aule affollate e malò erieggiate, docenti troppo vecchi e spesso stanchi di lottare, Dirigenti troppo direttivi che sottomettono il Collegio ai loro modi di fare. C’è la necessità di rivalutare il ruolo formativo della scuola. Bisogna essere più visibili per far comprendere che noi non siamo in cattedra a distribuire informazioni, per quello basta un PC o uina buon enciclopedia. Siamo con i ragazzi per insegnare e a nostra volta apprendere, per formare il pensiero creativo, critico, curioso, divergenbte, cui tutti noi che crediamo nella cultura puntiamo. Siamo a scuola per veder crescere i cittsadini futuri che sappiano contrastare le malefatte dei politici, per insegnar loro c a non subire passivamente basta che ci venga dato un televisore, un telefonino e un computer. Cerchiamo di uscire da questo torpore e riprendiamoci la scuola.
    “Guardiamo sempre in alto, male che andrà… avremo visto le stelle!”

  11. Cosimo De Nitto Says:

    Il colmo, in questi tempi di dispersione crescente, è notare come ci sia fumus ideologico in alcuni del blog, che non entrano nel merito di ciò che è scritto in un articolo, frase per frase (come fa egregiamente M.Grazia) e, invece, restano arroccati su posizioni pregiudiziali. Ma come si fa a dire che l’articolo pecca del pedagogismo che ha portato alla distruzione? Come si fa, quando proprio, nella maggior parte dei casi, le scuole sono rimaste a voti e interrogazioni e verifiche e lezione frontale? La distruzione di cui scrivono sbrigativamente Michele e Stefano non proviene certo da quelle” alcune” maestre come la Fanti di cui scrive bene Carmela e da cui bisognerebbe imparare con un po’ di umiltà! O da Antonio che cerca di usare in modo intelligente l’informatica? Ma vogliamo scherzare?! Cambiare è anche saper ascoltare gli altri, apprendere senza arroganza… e saper “vedere” le proposte che nascono dall’esperienza di chi la scuola la vive con passione e rigore al tempo stesso.
    Comunque sarebbe bello e opportuno che non si discutesse e non si (s)ragionasse con paraocchi e stereotipi, come la Gelmini con la sua campagna contro il “pedagogese anni ‘70” e il “sessantottismo” e paccottiglia di questo tipo, che è un modo di sottrarsi (per manifesta incapacità indotta dai neutrini?) al merito delle questioni.

  12. M. Fioretti Says:

    Michele, cosa vuoi dire esattamente con “E’ proprio questo il pedagogismo che ha distrutto la scuola italiana”? Puoi spiegarlo meglio, per favore?

    Grazie,
    Marco

  13. giovanna Says:

    Certo un intervento interessante e stimolante, anche se non così ‘rivoluzionario’ come da alcuni viene presentato: gli strumenti normativi già esistono per valorizzare una programmazione didattica che coniughi contemporaneamente un sapere reticolare e competenze trasversali ( e molti di noi già da tempo impostiamo così il nostro lavoro- i programmi sono una traccia, le programmazioni sono tutt’altra cosa-)…ma ahimè il punto dolente è un altro: come sviluppare una didattica laboratoriale con le strutture che noi abbiamo, soprattutto al sud. La maggior parte degli edifici scolastici sono strutturati in modo tale da non comprendere spazi per attuare la flessibilità oraria e organizzativa. Provate a navigare un po’ sui siti delle scuole europee: ci sono spazi in cui gli studenti ‘vivono’ non parcheggiano per poche ore: mense, piscine, palestre, spazi per lo svago, spazi all’aperto, auditorium, laboratori non solo scientifici e multimediali. E non mi riferisco alla Francia o alla Germania, anche in Turchia la scuola pubblica offre edifici funzionali. Se non potenziamo il livello di qualità di vita all’interno della scuola, difficilmente riusciremo ad innalzare anche la qualità degli apprendimenti. Il miglior docente senza mezzi non può far nulla. Per non parlare della necessaria rivalutazione professionale della categoria (vexata quaestio!!!!). Comunque buon anno a tutti e meno male che abbiamo ancora la voglia di dibattere.

  14. Cosimo De Nitto Says:

    Infatti, Giovanna, l’articolo della Fanti, secondo me, voleva essere anche provocatorio per chi ci governa. Infatti, da una parte ci vengono proposti modelli europei, dall’altra ci tagliano le gambe! Tu hai ragione a dire che “già si potrebbe fare e si fa in parte”, ma poi parli delle profonde carenze e affermi “senza risorse non si può far nulla”. Così però evidentemente non è del tutto vero! L’avevi appena rilevato! Tra l’esterofilismo sospetto di chi ci governa e il non possumus per carenze strutturali c’è di mezzo la realtà quotidiana, c’è di mezzo il fatto che quotidianamente dobbiamo andare in queste aule, in queste classi, in questa scuole, la nostra coscienza ci impone di non buttar via nemmeno un minuto di opportunità di apprendimento e di crescita, hinc et nunc. E come viviamo questo hinc et nunc, come lo riempiamo di idee, “materiali”, motivazioni, invenzioni che guardano la nostra storia, che la Fanti chiama made in Italy. Il titolo del suo articolo è chiaramente polemico verso coloro che di made in Italy parlano solo a proposito di produzione di abiti, moda, cucina, vivande, industria avanzata ecc. Il suo appello mi sembra rivolto a trovare il nostro made in Italy anche nel campo dell’educazione e dell’istruzione, come quello straordinario della storia del nostro pensiero artistico, letterario, scientifico, filosofico.

  15. Sofia Konsta Says:

    Cari lettori e utenti,
    Sono una Greka insegnante in un Liceo in Salonica. Voglio dirvi tante cose, ma ho una difficulta all’esspressione, ciοe, al’ parlare per me e difficile com’e per tutti i Greci…
    Ho letto tutti i articoli, le opinioni di blog, e -super-jiu- ho capito il significato degli affermati. Con alcuni sono d’accordo, con altri non sono. Penso, che le intenzioni non bastano dalla parte dell’societa. Ci vuole volonta, decisione…e soldi per praticare tutto puello che dicono.
    Quando parliamo di innovazione, prima di tutto dobbiamo accordarsi con l’ insegnante e le sue necessita istruzionali. Devono occuparsi della sua cultura almeno alla sua specialita, dargli tutti i mezzi, sostenere il suo sforzo e lasciare libero il suo spirito nella classe…
    l’insegnante dev’essere forte e capace, per poter nutrire le ali degli studenti, a finche loro volino verso il celo….
    I migliori auguri dalla Grecia e da parte mia per un sistema educativo migliore in tutt’ il mondo.
    Scusi, ma dalla Grecia e difficile a scrivere la tanazione!!

  16. gianfranco morelli Says:

    In politica la necessità di scelte e programmi di lungo respiro è sitematicamente vanificata dal bisogno dei partiti di incassare consenso elettorale a breve termine. Da qui scelte populiste, lobbyste, opportuniste che hanno condotto il Paese alla condizione che tutti conosciamo.
    Allo stesso modo”…la scuola ingessata in rigidi sistemi di valutazione, i quali per loro natura impongono giudizi e voti a breve termine..” perde di vista il senso profondo della trasmissione del sapere.

  17. luc Says:

    La povertà di mezzi mi è relativamente indifferente. Mi disturba molto di più la marmaglia acchiappa-stipendi che mi consegna alunni con una forbice di competenze ampliata da cinque anni di primaria penosa. Mi disturba una ministra incompetente ma ancor di più un dirigente che scrive in modo illeggibile e permette a colleghi di avere grafie geroglifiche sullo stesso registro dove io scrivo. E sto parlando della maggioranza di noi. Alle superiori “da chimico un giorno avevo il potere” di insegnare le proporzioni e le divisioni se volevo risultati , da matematico alle medie insegno le tabelline se voglio cittadini che sappiano controllare almeno una lista della spesa o magari il bilancio di un partito. Ma qualcuno fu pagato prima di me per questo. Mi accontento di riformare il reclutamento. Fuori gli ignoranti dalla scuola.
    Ma se vi sembra troppa ambizione , almeno fuori i pregiudicati, che pure bivaccano sulle macerie della povera scuola italiana protetti da qualche pezzo da novanta.
    Comunque discutiamo pure di pedagogia che è bello, ma non mi illudo.

  18. Aldo Says:

    D’accordo con Gianfranco Morelli. Invece mi permetto di dissentire da Luc. Ho un’esperienza del tutto differente dalla sua, tuttavia non sta qui il punto. La questione importante è che per cambiare in meglio non bisogna fare il solito sbaglio di guardare il proprio orto. Bisogna cominciare a chiedersi cosa servirebbe per modificare lo stato di cose e, diciamo così, apprendere l’arte di conoscersi e collaborare fra gradi diversi di scuola, mettere in discussione per prima cosa il proprio modo di insegnare con il trovare le giuste strategie di approccio alle difficoltà di apprendimento o alle lacune accumulate negli anni da qualche alunno (non sempre dovute a un cattivo insegnamento). La questione del rimpallo di responsabilità sui fallimenti scolastici lascia il tempo che trova. L’università, ad esempio, incolpa la scuola superiore e la scuola media, la scuola superiore la scuola media e così via a scendere…Certo nessuno vuole ignoranti in cattedra, ma anche sul concetto di ignoranza bisognerebbe intendersi. E’ignoranza anche quella di chi fa di tutta l’erba un fascio. L’articolo che ha stimolato questa discussione non mi pare che difenda posizioni, mi pare, al contrario, che proponga un modo alquanto dinamico e, se vogliamo, anche pragmatico di lavorare e di valutare non scordando neppure le discipline e un approccio serio di studio e ricerca docenti e studenti insieme. E poi, vorrei ricordare che la pedagogia (purtroppo non da tutti studiata prima di approdare all’insegnamento) fa parte dello scibile umano, non ritengo sia la vergogna delle scienze umane. L’ignoranza in materia credo non sia ammessa né per insegnare né per dirigere in qualsiasi ordine scolastico.

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