Impaurita, l’Italia canta un’aria di disillusione
Pubblicato il 16 Dicembre 2007 da Agostino Quadrino in Appunti |di Ian Fisher
New York Times, 13 dicembre 2007
(Trad. di Agostino Quadrino)
Roma - Tutto il mondo ama l’Italia perché pur essendo anziana è ancora molto affascinante. Perché mangia e beve bene, ma è raro che sia grassa o ubriaca. Perché in un’Europa super-regolamentata è il posto in cui la gente discute ancora con perfetta lucidità cosa davvero può voler dire il rosso ad un semaforo.
Ma in questi giorni, nonostante tutte le adorazioni straniere e le sue forze interne, l’Italia sembra non volersi più bene. Qui l’espressione è “malessere”; rimanda ad una paura collettiva - economica, politica e sociale - riassunta in un sondaggio recente: gli Italiani, nonostante la loro rivendicazione di essere maestri nell’arte di vivere, dicono di essere il popolo meno felice in tutto l’occidente europeo.
“E’ un paese che ha perso un po’ della sua voglia di futuro” dice Walter Veltroni, sindaco di Roma e possibile prossimo presidente del consiglio del centro sinistra. “C’è più paura che speranza”.I problemi, per la maggior parte, non sono nuovi, e questo è il punto. Sono solo aumentati negli anni e nessuno sembra aver chiaro come possa avvenire un cambiamento, o se addirittura sia più possibile.
L’Italia ha programmato il suo percorso di adesione all’Europa lottando come pochi altri paesi contro la frammentazione politica, la crescita ineguale, la criminalità organizzata e un debolissimo senso dello Stato.
Ma sta aumentano la frustrazione di vedere che queste antiche debolezze non solo non migliorano, ma anzi in alcuni casi risultano peggiorate, mentre il resto del mondo sorpassa il paese in molti campi. Nel 1987 l’Italia esaltava la raggiunta parità economica con la Gran Bretagna. Ora la Spagna, entrata nell’Unione Europea solo un anno prima, potrebbe presto superarla, mentre l’Italia è precipitata di nuovo dietro la Gran Bretagna.
Lo stile di vita italiano così poco tecnologico può anche risultare pittoresco per i turisti, ma l’uso di internet e l’e-commerce qui sono fra i più bassi in tutta Europa, così come i salari, gli investimenti esteri e la crescita. Sono invece fra i più alti le pensioni, il debito pubblico e il costo della politica.
I dati più recenti mostrano una nazione più vecchia e più povera, al punto tale che il presidente dei vescovi italiani ha proposto un incremento dei pacchi viveri per i poveri.
Il peggio è che si sta diffondendo la preoccupazione che le forze stiano declinando in debolezze. Le piccole e medie imprese, per lungo tempo la spina dorsale dell’economia nazionale a conduzione familiare, stanno facendo molta fatica in un contesto di economia globalizzata, particolarmente con la competitività a basso costo proveniente dalla Cina.
La stessa famiglia è oscurata dalle incertezze: il 70% degli italiani fra i 20 e i 30 anni vive ancora a casa, condannando le giovani generazioni ad una adolescenza prolungata e improduttiva. Molti dei giovani più brillanti, proprio come i più poveri del secolo scorso, abbandonano l’Italia ed emigrano all’estero.
La posta in gioco è diventata così alta che l’ambasciatore americano Ronald P. Spogli, uno che ha 40 anni di esperienza in Italia, avverte che c’è il rischio di un ridimensionamento del ruolo internazionale e delle relazioni con Washington. I migliori amici degli americani, ricorda, sono i suoi partner negli affari - e l’Italia, comparativamente, non è ai primi posti.
La burocrazia e le regole confuse hanno limitato gli investimenti americani in Italia nel 2004 a 16,9 miliardi di dollari. La cifra relativa alla Spagna è stata di 49,3.
“Devono potare l’edera che è cresciuta intorno a questo fantastico vecchio albero di 2.500 anni, altrimenti c’è il rischio che lo soffochi”, ha detto Spogli.
Un messaggio arrabbiato
“Basta! Basta! Basta!” ha urlato in un’intervista Beppe Grillo, un cinquantanovenne comico e blogger dalla fluttuante capigliatura grigia. La parola significa “ne abbiamo abbastanza”, e l’ha ripetuta per chiarire il suo punto di vista alla classe politica italiana.
Negli ultimi mesi Grillo è diventato la chiara personificazione dell’umore della gente italiana. L’8 settembre ha dato una forte voce a questo umore quando ha indetto una giornata di indignazione popolare, gridando in Piazza Maggiore a Bologna una sconcezza educatamente traducibile con “andatevi a fare una passeggiata”.
Erano attesi in qualche migliaio. Invece si sono ammassate nella piazza 50 mila persone, e 250 mila hanno sottoscritto una petizione per alcune riforme come la durata del mandato e l’elezione diretta dei parlamentari. (Gli elettori ora votano per i partiti, che a loro volta scelgono chi mandare in parlamento, senza il consenso dei votanti).
Il suo messaggio è stato: basta con l’inerzia e gli eccessi (i parlamentari italiani sono i più pagati in Europa, dotati della più ampia flotta di auto blu del continente), basta con i criminali condannati eletti in parlamento (ce ne sono 24), basta con le solite e stanche vecchie facce.
“La pentola puzza fino al cielo”, ha gridato. “Il tanfo sale dalle fogne, si sparge tutto intorno e non lo sopportiamo più”.
Grillo tende politicamente a sinistra, ma non risparmia nessuno nei suoi spettacoli che fanno sempre registrare il tutto esaurito e nel suo frequentatissimo blog. Il problema, dice, è il sistema stesso.
C’è un nesso fra il deviato sistema politico italiano e il peggioramento dell’umore nazionale. L’economista italiana Luisa Corrado ha condotto la ricerca su cui si basa uno studio dell’università di Cambridge che ha rivelato che gli italiani sono i meno felici fra 15 nazioni dell’occidente europeo. I ricercatori hanno messo in relazione differenze fra gli indici di felicità riportati nei diversi paesi con fattori socio demografici e politici, inclusa la fiducia nel contesto circostante, non ultima quella nel governo.
In Danimarca, il paese più felice, il 64% ha fiducia nel parlamento. Per gli italiani, il dato è del 36%. “Purtroppo abbiamo rilevato che questo fattore di fiducia sociale è alquanto scarso in Italia”, ha detto la Prof.ssa Corrado.
Due libri molto apprezzati, che hanno dato il via a mesi di dibattiti, colgono la sfiducia nei poteri forti che non possono essere controllati. Uno, intitolato “La Casta” ha venduto un milione di copie (in un paese in cui i best seller vendono 20 mila copie), svelando i peccati della classe politica italiana e come essa sia diventata privilegiata e irresponsabile. Perfino la Presidenza della Repubblica, una volta fuori dalla mischia, non è stata risparmiata: il libro denuncia il costo annuale dei suoi uffici a 328 milioni di dollari, il quadruplo di quanto spende Buckingham Palace.
L’altro libro “Gomorra”, che ha venduto 750 mila copie, ha per oggetto la mafia di Napoli, la camorra. Ma i politici, esso sostiene, permettono che la camorra prosperi, lasciando indietro il Sud povero, e consentendo alla criminalità organizzata di essere il più grande settore dell’economia, come risulta da recenti studi.
Questi problemi italiani sono vecchi, ma Alexander Stille, professore alla Columbia University ed esperto in questioni italiane, sostiene che il momento attuale è diverso. Quando l’economia era in espansione, dagli anni ‘50 agli anni ‘90, gli italiani avrebbero tollerato i cattivi comportamenti dei loro leader. Ma la crescita è stata lenta negli ultimi anni e la qualità della vita è in declino. Le statistiche mostrano che adesso l’11% delle famiglie italiane vive sotto la soglia di povertà ed il 15% fa fatica a raggiungere la fine del mese con i salari correnti.
“Il livello di indignazione è alto perché prima era comunque possibile cavarsela, dice il Prof. Stille. “Ora la vita è più dura”.
Gli italiani raramente associano l’attuale massa di leader avanti con l’età con la capacità di cambiare. Per più di un decennio sono stati sempre gli stessi a scambiarsi il potere. L’anno scorso Silvio Berlusconi, l’uomo più ricco d’Italia divenuto presidente del consiglio per la prima volta nel 1994, fu battuto alle elezioni per non aver mantenuto la promessa di crescita sul modello americano e quella delle opportunità fondate sul merito. Quando lasciò l’incarico la crescita economica era zero.
Ma presto divenne chiaro che sbarazzarsi del centro-destra di Berlusconi non era la ricetta magica. Romano Prodi, che aveva ricoperto l’incarico di presidente del consiglio dal 1996 al 1998, vinse le elezioni, ma poi è stato soggiogato da un’instabile coalizione di nove partiti in guerra fra di loro.
Promise di fare tabula rasa, ma il suo poco maneggevole governo di centro sinistra deluse già con il suo primo atto di valore simbolico: il suo gabinetto era formato da 102 ministri e sottosegretari, un nuovo record. Ha portato avanti due pacchetti di riforme e l’economia ha ripreso a crescere: “La nostra non è una situazione felice, ma è migliore di quella che c’era prima”, ha dichiarato.
Ma il governo è già caduto una volta e rischia di cadere ancora ad ogni votazione difficoltosa. Piccole proposte di riforma portano puntualmente oppositori in piazza, un ostacolo per ogni cambiamento visto che gli interessi protetti cercano di difendere se stessi. I farmacisti hanno chiuso le serrande quest’anno quando il governo ha minacciato di far vendere le aspirine nei supermercati. Il costo per un pacchetto di sole 20 compresse di aspirina è di 5,75 dollari.
La misura è colma, ma il governo è in gran parte paralizzato. Gli elettori sono stufi e gli avversari di Prodi lo sanno.
“Io capisco il cattivo umore, il malessere - dice Gianfranco Fini, leader di Alleanza Nazionale, il secondo maggior partito dell’opposizione. “La gente comincia ad essere molto arrabbiata, perché c’è un governo che non fa nulla”.
Generazioni divise
“E’ triste vedere che le cose non vanno come dovrebbero, che non siamo un paese normale”, dice Gianluca Gamboni, 36 anni, consulente finanziario a Roma, riassumendo quello che prova per l’Italia, che egli ama ma che lo fa diventare matto.
A differenza della generazione precedente, lui viaggia e vede quanto vanno meglio le cose altrove. Non si risparmia, vive ancora con i suoi genitori, non perché lo voglia, ma perché solo adesso, dopo sette anni di lavoro, può permettersi l’alto costo di un affitto romano. Sta finalmente prendendo in considerazione di andare a vivere per conto suo.
Gamboni è sul lato giovane della cesura generazionale italiana - una lente dalla quale si possono mettere a fuoco molti problemi nazionali. Questa è una delle correnti sotterranee, facilmente trascurabile a prima vista, ma che, se prese insieme, rendono chiaro quanto l’Italia sia cambiata negli ultimi decenni e quanto poco questo cambiamento sia stato percepito.
Lungo un secolo, fino alla fine degli anni ‘70, 25 milioni di italiani sono partiti alla ricerca di una vita migliore all’estero. Ora invece l’Italia accoglie circa 3,7 milioni di immigrati. La posizione della Chiesa cattolica è ridimensionata da quel pilastro culturale che era ad un semplice centro di influenza.
Politicamente, l’Italia non sembra essersi adattata alla scomparsa della Democrazia Cristiana, nel 1992, che aveva governato per più di 40 anni. Economicamente, una volta era facile risolvere i problemi svalutando la moneta, la lira. Questo ora non è più possibile con l’Euro, la cui introduzione ha anche alzato i prezzi, specialmente nel mercato immobiliare.
Poi c’è la famiglia. La percentuale di divorzi è salita. Le famiglie numerose sono un ricordo del passato. L’Italia ha uno dei tassi di natalità più bassi d’Europa, il più basso numero di giovani sotto i 15 anni e il più maggior numero di ultra 85enni, dopo la Svezia. La disoccupazione è bassa, al 6%. Ma il 21% della popolazione fra i 15 e i 24 anni non aveva lavoro nel 2006. E gli anziani non cedono il posto.
Ovunque ci sono prove del problema dell’anzianità del paese. Nei parchi pubblici stormi di anziane signore giocano con un solo bambino. In televisione le star sono decrepite. L’età media dei presentatori del concorso Miss Italia di quest’anno era di 70 anni (la vincitrice, Silvia Battisti, ne aveva 18). Nella sfera politica, Prodi ha 68 anni, Berlusconi 71.
“Il problema generazionale è il problema dell’Italia”, dice Mario Adinolfi, 36 anni, blogger ed aspirante parlamentare. “In ogni paese i giovani hanno una speranza. Qui in Italia non c’è più speranza. La mamma ti tiene a casa amorevolmente e dolcemente e tu stai lì e non combatti più. E se non impari a combattere è impossibile togliere il potere a chi ce l’ha”.
“Non abbiamo un Google, aggiunge, non possiamo nemmeno immaginare che un trentenne apra un’azienda in un garage”.
Vendere un’idea di Italia
In settembre, in una casa di giovani romani, fra birra e pasta, si diffuse la notizia della morte di Luciano Pavarotti, il tenore e probabilmente l’italiano più famoso al mondo. “Dannazione, gridò Federico Boden, studente di 28 anni, ora tutto ciò che ci rimane sono pasta e pizza”.
L’Italia non sembra più in grado di raggiungere i posti in classifica che aveva un tempo per le sue grandezze. Non si vedono nuovi Fellini, Rossellini e Loren. Il suo cinema, la sua televisione, le arti, la letteratura e la musica raramente sono considerate ai vertici.
Ma ha Ferrari, Ducati, Vespa, Armani, Gucci, Piano, Illy, Barolo, tutti simboli di stile e prestigio. L’Italia ha se stessa e molti sono convinti che il futuro resti nella mistica del marchio “Made in Italy”.
Il vino italiano è stato un primo test. I produttori hanno spostato la loro attenzione dalla quantità alla qualità. Illy, la marca di caffè, è cresciuta dosando qualità e uniformità con innovazione nei metodi e nello stile di presentazione del prodotto.
“In questo gli italiani possono essere vincenti, dice Andrea Illy, presidente dell’azienda, “nella valorizzazione delle loro risorse peculiari, ovvero bellezza e cultura”.
Ma l’industria italiana è legata ai bassi salari, e ciò la rende vulnerabile rispetto alla concorrenza cinese quando il costo del lavoro cresce. L’allarme cominciò a suonare alcuni anni fa, con la paura che gran parte dei tradizionali settori commerciali italiani - tessile, calzaturiero, abbigliamento - non potessero più restare competitivi. Molti non ci sono riusciti. In Friuli Venezia Giulia, patria della produzione di sedie, il numero di aziende produttrici di sedi si è ridotto da 1.200 a 800.
“All’inizio molti pensarono che la fase negativa sarebbe presto passata , ha dichiarato Massimo Martino, direttore di Maxdesign, un’azienda di mobili. “In realtà pero’ molte società finirono col chiudere fondamentalmente perché il mercato non aveva più bisogno di loro. Non vollero cambiare”.
Qualche azienda accettò la sfida. Il legno lì era la prima risorsa, ma Martino iniziò a produrre sedie fatte principalmente di plastica, ben progettate e tuttavia non costose. Altre decisero che competere con la Cina sul prezzo era impossibile. Invece l’obiettivo sarebbe stato la qualità e l’unicità italiana, cose che la Cina non poteva eguagliare.
Pietro Costantini, che rappresenta la terza generazione di un’azienda di mobili, ha detto che ha cominciato a concentrarsi non solo sul segmento alto del mercato - produce grandi mobili per grandi clienti americani - ma anche nel creare linee che possano vendere lo stesso stile di vita italiano. I clienti stanno ritornando.
Ma gli imprenditori si lamentano di essere soli. I politici offrono poco aiuto nel rendere competitiva l’Italia e questo resta il maggiore ostacolo alla crescita dei loro guadagni. Gli affari richiedono minore burocrazia, leggi sul lavoro più flessibili e grandi investimenti in infrastrutture per far muovere più facilmente le merci.
“E’ ora di cambiare”, ha detto Luca Cordero di Montezemolo, presidente della Fiat e della Ferrari e dell’influente gruppo di Confindustria. “Altrimenti, perché stiamo andando giù in tutte le classifiche della competitività? La ragione è che nel migliore dei casi noi siamo fermi”.
Non è sicuro che questa strategia del “Made in Italy” sia sufficiente. Gli scettici sostengono che gli investimenti stranieri, i fondi per ricerca e sviluppo e i soldi investiti dai “venture capitalist” restano troppo bassi, così come la competitività italiana.
Ma gli imprenditori di livello internazionale sono punti luminosi in un panorama con pochi altri. Qualcuno sostiene che le giovani generazioni siano un’altra chiave, se non adesso, almeno quando quelli che stanno al potere moriranno. Sono istruiti, hanno viaggiato e - come fa Beppe Grillo per attirare l’attenzione delle masse - sanno usare internet.
Due partiti di centro sinistra si sono fusi per dare vita al Partito Democratico, con lo scopo di superare la frammentazione che paralizza il sistema. Tutte le parti politiche hanno finalmente convenuto di dover rifare una nuova legge elettorale per dare respiro al vincitore delle prossime elezioni, fattore cruciale per poter far andare avanti ogni importante riforma.
Ma comprendere i problemi è il passo minore: molti si preoccupano che nel frattempo l’Italia possa condividere lo stesso destino della Repubblica di Venezia, la cui capitale viene definita da tanti come la più bella città del mondo, ma il cui predominio nel commercio con il vicino Oriente scomparve senza mai raggiungere il suo apice. La conquista di Napoleone nel 1797 rese solo ufficiale il fatto.
Attualmente è solo una splendida salma, calpestata da milioni di turisti. Se l’Italia non si darà da fare per un radicale cambiamento, molti dicono, la attende un simile destino: bloccata da una grandezza passata, con attempati turisti come unica fonte di vita, la Florida d’Europa.
“Il malessere sta qui: vediamo tutto questo, ma non c’è nulla che possiamo fare per cambiarlo”, ha detto Beppe Severgnini, editorialista del Corriere della Sera.
“Però, dice, cambiare significa cambiare gli stili di vita individuali; rifiutare certi compromessi, cominciare a pagare le tasse che si devono, non chiedere raccomandazioni quando si è in cerca di un lavoro, non imbrogliare quando un figlio cerca di essere ammesso all’università”.
“Questo è il difficile, dice, abbiamo raggiunto un punto in cui è finito il tempo di sperare in qualche principe azzurro che venga e ci dica “ci penso io a tirarvi fuori di qui”.
“Mai come adesso noi italiani abbiamo il nostro destino nelle nostre mani” dice.

16 Dicembre 2007 at 11:03
L’articolo di Ian Fisher pubblicato sul New York Times, 13 dicembre 2007 dice tutte cose vere, fra l’altro non ignote a noi italiani, non nuove, non recenti. Insomma non è uno scoop o un attentato all’onore della nostra amata Italia. Io lo definirei uno specchio fedele e infedele nello stesso tempo, come tutti gli specchi che ti danno un’immagine della realtà, ma un’immagine parziale, tant’è che se vogliamo vederci di dietro dobbiamo incrociare due specchi. Ecco, manca il secondo specchio, anche se questo ci appare inquietante perchè frutto di una raccolta di informazioni e dati che un giornalista sicuramente bravo e non superficiale dalle colonne del mitico NYT ci pone davanti.
Intanto ogni società in ogni momento storico, anche in quelli di massimo sviluppo, ha portato dentro di sè elementi di declino evidenti e dolorosi.
Quando mai si può parlare di società “felice” o “infelice”? Non sono categorie significative e rappresentative dello stato di ben essere di “tutta” la società. Sia che si pensi all’Italia del dopoguerra, sia che si pensi all’Italia del Rinascimanto o a quella dell’unità ecc. ecc. mai, credo, si possa dire che fosse felice o infelice.
Chi può affermare che l’America o la Cina o la Germania siano felici? Si tratta di una nostra rappresentazione parziale in quanto gli “infelici”, purtroppo, sono tanti sempre e troppi e non sempre sono solo quelli che stanno male economicamente, i poveri e gli indigenti.
Così credo pure sia sbagliato dire di un paese rassegnato al declino. Non mi pare sia coerente dire da un lato “non c’è nulla che possiamo fare per cambiarlo” e dall’altro “Mai come adesso noi italiani abbiamo il nostro destino nelle nostre mani”. Tutto ciò, ovviamente, non vuole sminuire di una virgola i problemi, molti e gravi e impegnativi da far tremare le vene dei polsi, che abbiamo di fronte a noi.
Dobbiamo saper incrociare il pessimismo della ragione con l’ottimismo della volontà. Sì perché non mi pare “utile” e corretta una rappresentazione (giudizio) della realtà che non trovi rispondenza nella complessità e nelle contraddizioni della vita reale.
Soprattutto perché, poi, dobbiamo agire, vivere, andare avanti, costruire ogni giorno e superare prove difficili quotidianamente. E il cassandrismo non mi pare adatto come strumento per dare fiducia a nessuno, vecchi o giovani che siano.
Bisogna sempre vedere anche l’altra faccia della medaglia e per farlo abbiamo bisogno anche di un secondo specchio che ci faccia vedere quella parte nascosta della realtà, che tuttavia “esiste”.
Anzi è spesso ad essa che dobbiamo fare appello per avere forza e fiducia e speranza di cambiamento.
16 Dicembre 2007 at 12:38
Grazie Agostino,
Farò leggere l’articolo ai miei studenti delle mie due quinte classi di liceo tra domani e dopodomani, stavolta non solo per un esercizio aggiuntivo in lingua inglese.
Parecchi di loro erano spettatori ammirati del V-Day…e allora che abbiano anche una opinione contraria al dilagare dell’antipolitica, la mia!
Ho commentato l’articolo nel mio blog e ho messo un link alla tua traduzione alle volte avesssero qualche difficoltà di comprensione: http://lnx.funteaching.it/wordpress/
Silvana
16 Dicembre 2007 at 16:46
L’italia non cambierà mai. Ognuno pensa a se stesso e cerca di fregare gli altri.
Se qualcuno fa affidamento sui giovani ha già perso in partenza.
La maggior parte è una massa inerme con gli occhi chiusi, che parlano tanto ma poi non hanno il coraggio di elevarsi dalla mediocrità e dalla massa. Sono immersi nella realta virtuale creata abilmente da chi comanda. Un gregge che ha bisogno di un pastore che alleva illusioni.
Saluti.
16 Dicembre 2007 at 18:01
Vorrei intanto ringraziare chi ha tradotto e pubblicato l’articolo di Fisher, segnalandocelo. La perdita di senso, la mancanza di punti di riferimento forti, e vorrei dire il senso di infelicità che ci affligge come cittadini, e come cittadini che fanno un mestiere così particolare come quello degli insegnanti, è ormai così evidente che i richiami alla buona volontà e al senso del dovere lasciano il tempo che trovano, e danno anche un senso di malinconica impotenza. Non capisco proprio cosa il nostro Presidente della Repubblica, persona che pure stimo, abbia trovato da ridire su questo articolo che mi sembra abbia tutto il rigore e la serietà della migliore stampa di tradizione anglosassone. In fondo le sue rimostranze stizzite non sono molto diverse da chi nell’establishment politico se l’è presa con Grillo, parlando di antipolitica, anziché fare autocritica e magari una volta tanto farsi da parte. Si la nostra è una patria ferita, dove non riusciamo a vedere oltre la difesa degli interessi particolari, personali o di categoria, dove non esiste il senso del bene comune, dello stato, del diritto e della giustizia. E dove non esiste più l’idea di un paese migliore, un futuro migliore in cui sperare di far crescere figli e nipoti, come invece era per i nostri padri e i nostri nonni.
17 Dicembre 2007 at 15:17
Concordo con Mario Scano, non si puo’ far crescere figli e nipoti in un Paese del genere. Non e’ giusto negare loro una Nazione e farli crescere da balorda carne da macello.
Per il macello che verra’, perche’ verra’!
18 Dicembre 2007 at 16:18
Il nostro Paese è da 15 anni vittima di un egoismo profondo e diffuso che impedisce di mettere in atto in tutti i settori della nostra vita i più semplici meccanismi evolutivi ” a somma positiva” (io vinco e tu vinci), che sono alla base di ogni tipo di sviluppo. Mentre favorisce la totale diffusione dei meccanismi “a somma zero” (io vinco tu perdi) che ci hanno portato ad una crescita economica pari a 0 (zero) e, leggi giornali di quest’oggi 18/12/2007, ad essere superati dalla Spagna come ricchezza pro-capite.
O sapremo rapidamente tornare a “lavorare insieme”, mettendo da parte questo egoismo, oppure come nel 1527 arriveranno i Lanzichenecchi a saccheggiare Roma. In bocca al lupo a tutti
27 Dicembre 2007 at 01:37
A Boston c’é la neve e si muore di noia
Urla tristi di gabbiani sull’acqua della baia
Gente dalla pelle grigia che ti guarda senza gioia
Tutti freddi e silenziosi chiuse nella loro storia
Ma in Italia oh dolce Italia
In Italia é già primavera
In Italia oh dolce Italia
La gente é più sincera, la vita é più vera
Ma poi arrivan quei momenti in cui non si sa che dire
Quando si sa dove si é ma non dove si può andare
E dopo tante certezze e tante sicurezze
E’ il momento di dubitare, sembra tutto senza valore
Ma in Italia oh dolce Italia
In Italia é già primavera
In Italia oh dolce Italia
La gente é più sincera, la vita é più vera
Ma poi tornati qui a Milano sembrano tutti americani
Vivono vite di sponda ciechi ai loro problemi
Vorrei metterli su di un Jumbo e poi fargliela vedere
Quell’America senza gioia, sempre in vendita come una troia
Ma in Italia oh dolce Italia
In Italia é già primavera
In Italia oh dolce Italia
La gente é più sincera,
la vita
Qui in Italia oh dolce Italia
In Italia é già primavera
In Italia oh dolce Italia
La gente é più sincera, la vita é più vera.
(Eugenio Finardi-Dolce Italia-1993)