Innovazione, caste e declino
Pubblicato il 14 Dicembre 2007 da Agostino Quadrino in Appunti |Vorrei condividere alcune considerazioni sul tema dell’innovazione nel settore della conoscenza, della formazione e dell’istruzione che credo interessi tutti i gli utenti dei nostri servizi di rete, augurandomi di poter continuare la discussione qui sul nostro Blog con gli interventi di coloro che vorranno contribuire all’analisi e al confronto.
Il gotha del business mondiale, il World Economic Forum (WEF) che si svolge ogni anno a Davos, in Svizzera e che seleziona le migliori fra le aziende che hanno sviluppato tecnologie innovative nell’area dell’energia, delle biotecnologie, della salute e dell’informatica, ha premiato quest’anno la Wikimedia Foundation, nota per essere la “madre” di Wikipedia e altre 38 aziende che si sono distinte per creatività, innovazione, capacità di visione e impatto a lungo termine. 23 sono statunitensi, con una buona rappresentanza di israeliane, inglesi, canadesi, francesi, svizzere, tedesche, indiane, olandesi e russe. Nessuna italiana.
E’ un caso? Non direi, visto il panorama un po’ desolante che emerge quando proviamo a mettere il naso fuori dalle rassicuranti mura domestiche e a confrontare quello che nel campo dell’innovazione tecnologica si fa in Italia con ciò che si fa altrove. E attenzione: siamo indietro rispetto a Germania, Francia o Inghilterra? Nossignori: nel campo delle tecnologie educative, ad esempio, siamo nelle posizioni di retroguardia anche rispetto a Polonia e Romania.
La recente edizione di Online Educa Berlin lo dimostra ampiamente. Si tratta del più importante appuntamento annuale di tutte le società, gli enti (governativi e non) e i professionisti che si occupano di innovazione nel campo dell’educazione, dell’istruzione e della formazione, con particolare attenzione dedicata a E-learning e Learning Object. Quest’anno il numero dei partecipanti ha battuto ogni record, segno di una crescita oramai inarrestabile dell’interesse nei confronti di questo settore della produzione di contenuti e servizi per la formazione e l’istruzione.
Personalmente ho partecipato come visitatore per Garamond e sono rimasto colpito dall’ingresso nel panorama dell’offerta internazionale di nuove realtà come quelle arabe o africane (la prossima edizione “itinerante” si terrà in Ghana a maggio 2008) e dal consolidamento di società polacche e rumene, presenti con piccoli stand negli scorsi anni che ora invece campeggiano con grandi e scintillanti aree espositive.
E gli italiani? Pochini: una sola società fra gli espositori, l’ottima GiuntiLabs; qualche relatore - di ambito universitario o CNR, con relazioni riferite a “progetti” di due o tre anni fa, di modesto rilievo - fra le centinaia di invitati ad intervenire nelle decine di seminari che si sono svolti nei tre giorni del Convegno berlinese. Rari anche i semplici visitatori come me, provenienti da qualche società o ente, quasi nessuno da Ministero della Pubblica Istruzione o dei beni Culturali, da ANSAS (ex INDIRE) o Associazione Italiana Editori.
Chi continua a investire e ad impegnarsi nel settore delle ICT applicate alla didattica, come noi di Garamond, non può meravigliarsi di questo quadro alquanto desolante: in Italia innovazione, competitività e investimenti nella formazione vanno benissimo come argomenti per fare bella figura nelle tavole rotonde o nei salotti televisivi, per poi tenersi ben strette le rendite di posizione di chi ha interesse a proteggere la immutabilità dei recinti lobbistici e di casta in cui impera un solo principio: mantenere inalterato l’esistente ed opporsi ad ogni cambiamento e innovazione.
Nemmeno però ci si potrà meravigliare troppo quando, fra qualche anno, i nostri figli che non hanno protezioni “di famiglia” dovranno andare a rendere visita ai polacchi, ai rumeni, agli egiziani o agli indiani che finora sono venuti a cercar fortuna da noi: fra pochissimo tempo le rispettive amministrazioni avranno fatto crescere e sviluppare le loro migliori aziende e le loro migliori scuole e università, e non avranno più bisogno di venire da noi a lavarci vetri e accudire anziani.
Ma c’è qualche politico, sindacalista, dirigente pubblico, imprenditore o manager privato che ha interesse ad evitare l’inarrestabile declino del paese nel campo della conoscenza e dell’innovazione, pensando un po’ meno alla sua poltrona, ai suoi profitti o ai suoi benefit e un po’ più a quello che sarà l’Italia dei nostri figli e nipoti?
P.S. Se si volesse approfondire alcuni aspetti del tema relativo alla problematica condizione giovanile nel nostro tempo, suggerisco qualche interessante lettura di libri usciti quest’anno:
T. Boeri - V. Galasso, Contro i giovani, Mondadori
C. Carboni, Elite e classi dirigenti in Italia, Laterza
U. Galimberti, L’ospite inquietante, Feltrinelli

15 Dicembre 2007 at 12:51
rivoluzione!!!
15 Dicembre 2007 at 13:08
Non credo sia un pericolo temuto più di tanto da chi sta nei vari piani (o sottoscala) dei poteri: avendo narcotizzato le giovani generazioni con pubblicità, marche e merci, cosa dovrebbero temere? Le rivoluzioni non le hanno mai fatte i vecchi… A meno che qualche quarantenne “fuori dai giri” - e quindi non ricattabile - non decida di coalizzarsi con amici altrettanto stufi…
15 Dicembre 2007 at 22:45
il problema della rivoluzione è che quei pochi che vogliono rivoluzionare non hanno seguito con altri giovani, in quanto questi ultimi spesso sono già nei giri di poteri, già instradati da genitori o amici di genitori. molti giovani con la “pappa fatta” non sono interessati a smuovere la situazione, altri che vogliono smuovere la situazione “sbraitano” e vengono presi in giro dai “figli di papà” (che sono magari quelli del sottoscala) e ne subiscono pure le critiche, apostrofato a mo’ di invidiosi. l’unica soluzione fattibile a quel punto è andarsene. diciamo che è tutto un paese malato, in cui l’unico modo per partecipare alla partita è essere già nato all’interno della squadra. sono parzialmente d’accordo sulla narcosi da pubblicità e merci. penso di più che ci sia chi fa orecchie da mercante per conveninenza e chi invece strilla da solo. poi c’è un’altra cosa ancora che ritengo abbastanza grave: penso che il Bel Paese sia ancora aggrappato alla credenza della superiorità della sua scuola ed università, e che quindi, pensando di essere i migliori non si ritenga nemmeno doveroso migliorarsi.
4 Gennaio 2008 at 12:02
Molto interessante il post ed anche i commenti. Purtroppo questa è la triste realtà… e non so fino a che punto valga la pena di “spendere energie” x cambiarla. Come insegnante (42 anni di età e 23 di ruolo) posso dire che nella scuola ne ho già viste di tutti i colori (in positivo e in negativo, cose “arancioni” e cose “grigie. Spesso rifletto sul fatto che io sono cambiata molto, ma il mondo intorno a me (mi riferisco in particolare agli adulti) non è sostanzialmente cambiato.
In relazione al tema, propongo un altro post interessante (v. anche Mario Adinolfi, il quale evidenzia il problema italiano del “mancato ricambio generazionale”):
http://www.ivanscalfarotto.it/2006/04/i_perpetui_secondo_me.html
Un saluto
Giuly da Torino
1 Maggio 2010 at 13:37
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